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Venerdì, 25 Novembre 2005 09:00

007 (Daemonia side, part 1)

Scritto da  shadow47
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In quel momento, un istante troppo tardi, sentii una folata di vento e percepii la presenza di qualcun altro con me in quella stanza. Mi girai e vidi una figura femminile, alta, mora e pallida, gli occhi come due carboni ardenti. Facendo perno sulla gamba sinistra, compì un mezzo giro su se stessa e lanciò il suo piede destro contro la mia testa..

Avere diciotto anni è una cazzata assurda.
Qualsiasi idea malata ti venga in mente sembra il miraggio di una vita intera, che una volta reso reale ti darà soddisfazione eterna.
Prendete me.
Seduto in questo cavolo di bar, vicino alla finestra (non il vecchio col cappello, io sono il ragazzo dietro, col wisky in mano), a guardare le strade di Praga, aspettando che il mio “contatto” si faccia vivo, per portarmi il solito Corriere della Sera.
Pagina degli annunci economici, cercare un vecchio modello di Alfa Romeo “Bianchina”, chiamare il numero indicato da una cabina telefonica appena dopo il ponte Carlo e lasciare squillare.
Uno squillo: “Mi seguono”
Due squilli: “Potete parlare”
Tre squilli: “Devo vedervi di persona”.
Riagganciare e aspettare. Contando che odio aspettare non è proprio un bel lavoro.
E voi vi starete chiedendo: -Che lavoro?-
Potrei fare il brillante e rispondere: -Mi chiamo Bond. James Bond- e poi fulminarvi col mio sorriso ammaliante e portarvi a letto, se siete donne, oppure farvi due mosse di arti marziali, senza rovinarmi l’acconciatura, se cercate di uccidermi.
Sorseggerei il mio vodka-martini-agitato-non-mescolato e me ne andrei in Lamborghini. O Jaguar. O il quel caz*o che è.
Invece no. Mi trovo costretto a dirvi che sono un diplomatico italiano, a Praga per motivi di ordinaria amministrazione, il che vuol dire perché sono l’unico che parla il ceco, senza porto d’armi, che si sposta con i mezzi pubblici che sanno di piscio e che l’ultima donna che ho visto era una cinquantenne in carriera che gestiva la ditta ImportExport del marito, dalla quale faceva passare Kalashnikov e Semtex per la Cecenia.
I cinquant’anni peggio portati che io abbia mai visto, le creme per la pelle l’avevano tirata a tal punto da farla assomigliare a un palloncino sul punto di scoppiare.
Non fatemici pensare, per favore, il mio wisky non sarebbe abbastanza.
Se mi posso permettere, non leggete i libri di James Bond. Lo sapete che Ian Fleming, lo scrittore, era un frustrato che voleva entrare nel MI6 ma non vi è mai riuscito, allora i suoi servizi segreti se li è fatti da solo con quel personaggino da videogioco che sorseggia uno dei cocktail più imbevibili che io abbia mai assaggiato.
Perché anche io, all’inizio della mia carriera come agente del SISMI, ordinavo un vodka-martini. Giusto per fare scena. Faceva vomitare.
Uno degli agenti di livello superiore mi disse che non c’era bisogno di fare il figo. Almanacco, lo chiamavano tutti. Era il più anziano, nonché uno dei migliori: il suo soprannome derivava dal fatto che nella sua testa erano ordinatamente riposti i nomi di tutti gli agenti che fossero per le strade di Praga a congelarsi l’uccello, sotto chissà quale copertura. Conosceva nomi, indirizzi, metodi di contatto e possedeva una spiccata intelligenza, nonché un atteggiamento paternalistico verso i più giovani, che nel suo caso non guastava.
Quando vide la mia smorfia nell’assaggiare quell’intruglio malefico mi spiego che non serviva sembrare eroi, e neppure esserlo. Bastava fare il proprio lavoro, bene.
E io così feci. E ancora faccio.

-Bastardo!- l’urlo mi arrivò nelle orecchie con tanta forza quanta quella del calcio che mi colpì alle costole. Una era già rotta, e quella colpita non avrebbe retto ancora a lungo.
La donna, dai lunghi capelli corvini, il viso di porcellana e l’anima di vetro mi guardava con aria trionfale. Raccolse la mia pistola da terra, guardandola, poi guardando me.
-Volevi uccidermi, soldatino?- Un altro calcio nello stesso punto di prima. La costola resistette.
-No. Io non volevo ucciderti. Io voglio ucciderti.- Sorrisi. Lei no.
Vidi la suola del suo stivale calare sulla mia faccia, poi tutto divenne buio.

Sono le 14:00, orario di Praga, e il mio contatto non si vede. Sarebbe dovuto uscire un quarto d’ora fa dalla fortezza di Vyserad, come tanti turisti, con un quotidiano sotto il braccio. Si sarebbe seduto alla panchina da dove avrei potuto vederlo. Avrebbe sfogliato oziosamente il giornale, poi, se c’erano ordini, si sarebbe acceso una sigaretta e avrebbe finto di dimenticare il giornale che io avrei casualmente trovato sulla panchina. Una volta memorizzato il numero di telefono che dovevo comporre, avrei lasciato il giornale lì, a beneficio degli accattoni. L’unica precauzione da prendere era strappare gli annunci economici, visto che la pagina era frutto di un lavoro di fotomontaggio. Chiedere direttamente la pubblicazione dell’annuncio al Corriere della Sera sarebbe stato troppo sospetto, allora il mio contatto stampava una pagina in tutto e per tutto identica, con l’aggiunta dell’avviso.
Ma intanto mi toccava aspettare. E io lo odiavo.

Il contatto non venne mai. L’unico annuncio sul giornale lo vidi due giorni dopo.
TROVATO CADAVERE SULLA SPONDA DELLA MOLDAVA UCCISO DA UN PIRATA DELLA STRADA.
“L’uomo, senza vestiti né documenti, è stato trovato nelle acque del fiume dal timoniere di un mercantile che ha visto un oggetto galleggiare sull’acqua. Dalle fratture alle ginocchia e al torace il medico legale ha stabilito che un’auto, che viaggiava a forte velocità, ha investito in pieno l’uomo, senza però ucciderlo. Il guidatore si è disfatto dell’uomo, ancora vivo, gettandolo nella Moldava, dove l’impatto con l’argine del ponte ha procurato una frattura alla spalla sinistra. Secondo gli ispettori il guidatore gli ha sottratto documenti e vestiti per ostacolarne il riconoscimento e rallentare le indagini.”

Certo. Un auto a forte velocità. Bastardi!
Lo stile era simile, era già successo a Barcellona.
Di sicuro le fratture gli erano state procurate da una spranga, senza eccedere, non doveva essere un pestaggio agli occhi della polizia.
Poi, magari, un furgoncino in corsa aveva aperto lo sportello laterale e aveva scagliato un uomo ancora vivo, ma già cadavere, nella Moldava. E così addio all’agente Zodiaco.
Avrei scommesso il mio stipendio sul fatto che tra un paio di giorni lo stesso giornale avrebbe identificato la vittima come Dimitri Kovacs. O magari Vladimir. Nomi comuni. Un po’ come Paolo Rossi in Italia.
L’agenzia lo avrebbe coperto, doveva coprirlo. Per quello non aveva i documenti con sè. A quest’ora saranno già cenere, in qualche ufficio della nostra ambasciata. Motivi di sicurezza.
Zodiaco.
Gli onori dei caduti in battaglia non lo avrebbero mai investito. Un po’ come quella macchina. Sarebbe stato un Milite Ignoto, uno dei tanti in una tomba, uno di meno tra quelli, come me, che sono già Caduti ancora prima di prendersi l’ultima pallottola, quella finale.
Da parte di Daemonia.
Maledetta!
Se Zodiaco aveva parlato la mia ora sarebbe arrivata presto. Ma quella di Daemonia sarebbe arrivata prima. Lo giurai sul bicchiere di wisky che bevvi in memoria di un compagno di battaglia. E i giuramenti che faccio sul wisky li mantengo sempre.
Persi i contatti sei un topo in trappola, mi disse un agente superiore. Lo stesso del vodka-martini. Almanacco. Lui la sapeva lunga. E aveva ragione.
Una volta mi fece un lungo discorso, sulla filosofia di vita da applicare nel nostro lavoro, e l’argomento si spostò, inevitabilmente sulla tortura.

-E se dovessero catturarmi?- chiesi io.
-Cosa ti hanno spiegato i superiori?- mi guardò, attraverso le lenti dei suoi occhiali, con aria interrogativa, come se aspettasse chissà quale rivelazione. In realtà lo sapeva benissimo, ma voleva che fossi io a dirglielo comunque, come fanno i padri quando spiegano ai figli perché è sbagliato picchiare gli altri bambini.
-Lo vuoi in burocratese o in italiano comune?- dissi io, sorridendo.
-Perché non in ceco, allora?- disse lui, stando al gioco. In realtà lui non parlava ceco, e neppure burocratese. Era sempre schietto e arrivava al punto senza irritanti giri di parole. Per questo Almanacco si era guadagnato il rispetto che meritava: perché oltre che un buon superiore era anche un buon agente. E oltre che un buon agente era anche un buon padre.
-Mi hanno detto di non confessare mai.- risposi –per nessun motivo-.
-E tu gli credi? Pensi che sia possibile? Credi di poter resistere così fino all’infinito, tanto da indurre il tuo aguzzino a ucciderti, non riuscendo a fargli ottenere le informazioni che chiede?- mi chiese lui, questa volta davvero interessato alla mia risposta.
-Non lo so- dissi io alzando le spalle. –non mi hanno mai torturato.-
-E, secondo te, almeno uno tra quei mezzemaniche dei superiori ha mai subito una tortura? Te lo dico io: no. E’ gia tanto se in vita loro si siano fatti mettere dei punti senza anestesia, e se si tagliano un dito con un foglio di carta pensano di aver sopportato le pene dell’inferno.- sorrise, questa volta amaramente. Si tolse gli occhiali e mi guardò meglio.
-Confessa sempre figliolo.- mi disse a voce bassa, quasi triste di dover affermare una cosa del genere. –Non conviene farsi uccidere per così poco. Il trucco sta nel dire qualcosa e non dire tutto, così non ti uccideranno subito, ma ti terranno in vita più a lungo. Vaffanc**o al codice d’onore, nessuno verrà a biasimarti perché non ti sei fatto bruciare i genitali con una fiamma ossidrica.
Ma finché resti vivo, avrai sempre la possibilità di guadagnare tempo, e il tempo è fondamentale. Magari qualcuno arriva in tuo soccorso, oppure la situazione ti permette di liberarti e impallinare il bastardo che ti sta torturando. Capisci?-
-Credo di sì.- risposi io.
-Non farti ammazzare facendo l’eroe, figliolo. Non ti darebbero mai una medaglia, perché tanto non lo saprebbe mai nessuno.-

Daemonia era spietata. Anche se Zodiaco era uno tosto, di sicuro aveva parlato. Erano pochi quelli che sopportavano la sua tortura, fisica e psichica, e se riuscivi a resistere venivi ucciso, strangolato dalla sgualdrina stessa. Non le piaceva perdere. Il fatto che Zodiaco fosse vivo al momento del tuffo in quelle acque gelide significava che aveva parlato.
Io lo sapevo, l’agenzia lo sapeva, e aveva fatto pubblicare tutto quel mare di bugie non per coprire Zodiaco, ma per avvertire me.
C’era una sola verità, dovevo capirlo o sarei stato spacciato.
Se non hanno detto la verità su quel giornale è perché non possono aiutarmi in alcun modo. Possono solo dirmi che Zodiaco aveva parlato. Prima di finire in quel fiume era ancora vivo. Mentre io ero già morto.
Sarei dovuto fuggire, salvarmi. Scappare.
-Ma l’agente Ninja non scappa mai, vero?- mi diceva sempre Zodiaco, per prendermi in giro.
Ninja e Zodiaco. I nomi dei nostri cartoni animati preferiti. Ci saremmo potuti chiamare Tartaruga e Cavaliere, solo che a me Tartaruga faceva schifo. E Zodiaco detestava Berlusconi.
-No, fratello. Io non scappo.-

-Allora, fai ancora il duro, Ninja?- mi chiese Daemonia, spingendo il tacco del suo stivale in profondità nel mio diaframma.
Strinsi i denti. Non urlare. Non darle la soddisfazione. Maledetta.
-Maledetta!- risposi con un filo di voce. –Come fai a sapere il mio nome?-
Lei sorrise. Era veramente bella. Maledetta!
-Non mi pare ci abbiano presentati- disse lei, con voce calma e suadente. –Eppure anche tu sai come mi chiamo. Vero?-
Salì sulla mia gola con il piede libero, aumentando il dolore e soffocandomi.
-Allora, non rispondi? Il gatto ti ha mangiato la lingua?- Rise. Sentii le sue risate, che la scuotevano e facevano muovere i suoi tacchi sul mio corpo. Tolse il piede dalla gola, vedendo che cercavo di parlare. Tossii, mi piegai di lato, cercando di respirare di nuovo.
-Ti chiami Daemonia. Sei un’assassina.- risposi, ancora piegato di lato.
Mi appoggiò un piede sulla spalla e mi spinse di nuovo a pancia in su.
-Nessuno scopre il mio nome e continua a vivere.- disse con voce gelida. –Nessuno.-
Di nuovo vidi il suo piede calare sulla mia faccia. Un lampo bianco. Poi il buio.

Ore 08:00
Quartiere di Mala Strana, Praga.
Due giorni dopo la morte di mio fratello.
Quattro ore di tempo prima che mi trovassero. Avevo prenotato un posto in seconda classe sull’Eurostar Praga-Milano che partiva alle 7.35. Io sarei dovuto scendere al capolinea. Se mai fossi salito. L’orario era calcolato: gli uomini di Daemonia avrebbero cercato di beccarmi alla stazione, ma avrebbero perso il treno di un soffio. Così mi avrebbero aspettato alla Stazione Centrale di Milano. Avrebbero rivoltato il treno come un guanto e si sarebbero accorti della mia presa per il cu*o con quattro ore di ritardo. Il tempo che mi restava. Quando avessero scoperto che ero ancora a Praga sarei stato un uomo morto.
Un informatore mi aveva dato una soffiata. Alcuni dei più fidati luogotenenti di Daemonia, la più spietata assassina di tutta l’Europa, si sarebbero incontrati in un bordello da qualche parte in quel quartiere.
Avrebbe partecipato l’unico a conoscere davvero Daemonia, un certo Vince. Più che il suo braccio destro il suo zerbino, nutriva un’adorazione smisurata per quella donna così tremenda. A ciascuno i suoi gusti. A me bastava la vendetta.
Vidi arrivare due Audi di fronte al bordello camuffato da boutique. Scesero due uomini da ogni macchina. Semplici scagnozzi. Si guardarono intorno e diedero il segnale.
Via libera.
Dalla macchina scese il resto degli uomini. Riconobbi Vince. Avrei dovuto catturarlo, in seguito. Non se lo sarebbe aspettato, spero.
Gli uomini entrarono e le macchine andarono al parcheggio. Ci andai anche io. Seguii uno degli autisti fino al cesso, quando sentii la cerniera calare sparai con la mia Beretta silenziata sul lucchetto e scalciai sulla porta, che gli si andò a schiantare contro la spalla. Lo misi K.O. con una gomitata e indossai i suoi vestiti.
Il meeting finì trentacinque minuti dopo. Mi sedetti al posto di guida dell’Audi di Vince e parcheggiai di fronte alla boutique. L’altra Audi si mise dietro e aspettammo. Mi accesi una sigaretta. Una candela alla memoria di mio fratello.
Gli uomini uscirono e Vince più due gorilla si sistemarono sul retro.
Bloccai le serrature e alzai il pannello divisorio. Guardai Vince dal retrovisore e mentre il pannello si sollevava ci scambiammo un’occhiata, ma non parve insospettito: il travestimento funzionava e gli occhiali da sole erano sufficienti ad ingannarlo. Evidentemente “sigillare” la macchina doveva essere una pratica usuale.
Seminai l’altra auto ad un passaggio a livello: un treno merci dalla Russia li trattenne a sufficienza da permettermi di dileguarmi.
Gli occupanti se ne accorsero e cominciarono a bussare.
-žokej Jaký is do tato klidný udělal?- “Autista dove stai andando?” Doveva essere una delle guardie.
-zastavit!- “Fermati” L’altra guardia. Accesi un’altra sigaretta e tolsi gli occhiali da sole.
-Oslovit ihned- “Accosta immediatamente”. –Merda!-
Era Vince.

Sangue. Doveva essermi andato negli occhi, non vedevo più niente. L’ultimo colpo era stato particolarmente violento. Daemonia rideva ancora. Doveva trovarlo molto divertente: l’eroe, l’agente solitario, che aveva giurato vendetta e a un passo dal compierla si era fatto fregare come uno stupido.
Doveva essere proprio il massimo dell’allegria per lei vedermi lì, legato a terra, steso ai suoi piedi come uno zerbino.
Il calcio, questa volta, era stato più mirato: un pestone, col tacco a spillo dei suoi stivali.
L’intento era quello di farmi sanguinare, e fin qui bene, le era riuscito.
L’altro scopo poteva essere quello di farmi paura, ma questo non le sarebbe mai riuscito. Mai. Avrebbe pagato per Zodiaco. Mio fratello. E tutti gli altri.
-Povero Ninja.- disse lei, prendendo una sedia e sistemandola accanto a me. –Scommetto che fa male, vero?- Il tono era quello di una conversazione tra amici. Del tipo “Fai come se fossi a casa tua. Mettiti comodo.”. E per ribadire il concetto allungò le sue gambe e appoggiò i suoi piedi sul mio torace. Sulla mia costola rotta. Una smorfia di dolore mi attraversò il volto.
-Ci credi se ti dico che non l’ho fatto apposta?- disse lei con aria maliziosa e sguardo dolce.
-No.- risposi io. Pensai che forse poteva essere vero. Spinse il tacco in profondità nella frattura che mi aveva fatto. Era come se un serpente mi mangiasse vivo dall’interno. Mi morsi le labbra fino a fare uscire il sangue. Tanto, sangue più o sangue meno.
-Questo- disse lei, di nuovo con il gelo negli occhi –è fatto apposta.- Si alzò dalla sedia, girandomi intorno e chiacchierando con me. Il gelo non c’era più. Giocava al gatto e al topo, e il topo era in trappola.
-Ti devo fare i miei complimenti- disse guardandomi con aria di sfida – non hai né pianto nè urlato. Hai volontà, devo ammetterlo.- Non avrei pianto. Mai. Né urlato. Le lacrime per Zodiaco e la voce per le preghiere. Non mi avrebbe mai vinto. O almeno ci speravo.
-Non ti dirò niente.- dissi io. Lei mi guardò, con sguardo serio e preoccupato. Sembrava dubbiosa, in pena per me. In modo quasi affettuoso si accovacciò di fianco a me, i nostri volti pochi centimetri uno dall’altro. Sentii il suo profumo e per un attimo mi lasciai affascinare. Poi la rabbia riprese il controllo su di mè.
Mi accarezzò i capelli e mi gelò il sangue nelle vene:
-Perché, tu credi che io voglia sapere qualcosa da te?-.
Vince era andato. Ne aveva prese troppe, gliene avevo date troppe. Ma non avevo avuto scelta.
Giaceva in macchina, riverso sul sedile posteriore, assieme alle due guardie del corpo, tutti e tre svenuti: li avrei lasciati esattamente dove erano, un regalo per i poliziotti, il segnale per l’Agenzia che io ero ancora a Praga.
Li avrebbero trovati, qualcuno avrebbe notato la Audi ferma in mezzo al parcheggio da troppo tempo. Si sarebbero avvicinati al finestrino abbassato, avrebbero visto tre uomini riversi sul sedile posteriore, con evidenti segni di colluttazione addosso.
Avrebbero chiamato un’ambulanza, i medici avrebbero notato le armi da fuoco lasciate accanto ai corpi svenuti e avrebbero chiamato la polizia, che, dopo averli trattenuti in custodia li avrebbe consegnati ai nostri uomini del SISMI a Praga.
Se proprio avessi fallito la mia missione, almeno avevo la sicurezza che, con l’arresto di Vince, avrei sgretolato l’intera organizzazione di Daemonia.
Lo avrebbero interrogato, come avevo fatto io. Certo, in modo diverso: avrebbero avuto tempo, si sarebbero dati il cambio, avrebbero usato strumenti più raffinati dei cazzotti in faccia e avrebbero avuto a disposizione il prigioniero per un lungo periodo.
Era tosto, un osso duro, glielo dovevo riconoscere, ma avrebbe parlato, avrebbe detto nomi, luoghi, procedure e metodi.
Ma a me aveva detto già abbastanza: aveva detto dove trovare Daemonia.
Ora, voi potrete pensare che io, da bravo soldato, avrei potuto voltare le spalle, tornare all’ambasciata e farmi rispedire in Italia, dalla mia famiglia. Missione compiuta.
Invece no. Perché la mia famiglia era mio fratello, e mio fratello era morto.
Mi aggrappai alla portiera dell’Audi e mi sedetti sul tettuccio, accendendomi una sigaretta. Guardai le cime, le guglie e i bastioni dell’imponente Prazki Hrad, pensai a quante volte avevo ammirato quella vista, al tramonto, e pensai a quante volte lo aveva fatto mio fratello.
L’agente con cui facevo coppia, il mio contatto, Zodiaco. E solo come ultima cosa, come particolare secondario, era anche mio fratello.
Ma ora era morto, si era invertito tutto. Ora come non mai, lui era innanzitutto mio fratello; presi la mia decisione: avrei vendicato la mia famiglia.
Oppure l’avrei raggiunta.

Sentivo delle lance trafiggermi il petto, un dolore acuto alla testa, alle gambe, alle braccia e avevo un immenso desiderio di fumarmi una sigaretta.
Mi ci stavo appunto concentrando.
Era il modo migliore per resistere alla tortura: pensare ad altro, a un altro pensiero forte e ricorrente, che permetta di distrarsi dal dolore. Nel mio caso funzionava. Poi ti dicono che il fumo uccide. Come se la donna che in quel momento mi stava camminando sul petto avesse intenzioni migliori. I suoi stivali sul davanti erano talmente appuntiti che avevo il sospetto che fossero fatti apposta. Appoggiò un piede sulla mia guancia e premette forte, schiacciandomi la testa contro il pavimento,
Poi incominciò a far muovere il piede, come se stesse spegnendo una sigaretta. O schiacciando un ragno.
-Bastardo.- la sentii sussurrare, la sua voce, prima calda e suadente, ora era gelida e tagliente come il vetro.
Da quella posizione non riuscivo a vedere il suo sguardo, ma l’ultima volta che i nostri occhi si erano incontrati avevo percepito un odio talmente profondo che aveva come riaperto tutte le mie ferite.
Quello sguardo, e la sensazione che percepii, fece pulsare tutte le mie parti del corpo, accendendo i miei centri nervosi e provocandomi delle tremende fitte in tutte le parti colpite.
Capii che quello sguardo mi aveva fatto perdere la concentrazione. Avevo avuto paura.
Era stato un attimo: per un attimo il suo odio era stato più forte del mio.
Aveva cercato di salire in piedi sul mio petto, e io avevo avuto la brillante idea di agitarmi, facendola cadere a terra. Pensavo che, facendole perdere il controllo, avrei ottenuto qualcosa, e in effetti qualcosa la stavo ottenendo: la mia testa ora rischiava di aprirsi sotto il suo piede, come un melone maturo.
-Cosa credi di fare?- diceva, sempre ruotando il piede sulla mia faccia. Ora la sua voce era stridula, carica di rabbia. –Cosa credevi di fare?- l’urlo rimbombò nella stanza, seguito da un dolore insopportabile e fortissimo al collo. Sentii il sangue, il mio sangue, scorrermi sul collo, gocciolare per terra, mentre il tacco della sua scarpa penetrava ancora più in profondità nella mia pelle. Cercai di gridare, ma non ci riuscii. Capii in seguito come riusciva a farmi così male: era in equilibrio su un piede solo, il tacco del suo stivale che mi martoriava la gola, la punta premuta sul mio mento.
Con le lacrime agli occhi guardai Daemonia, cercando compassione, tregua, forse pietà.
Lei invece scoppiò a ridere, forse per le mie lacrime, o per il sangue, o per entrambe le cose, ma notai solo una cosa, che avevo già notato in precedenza: era veramente bella.
Forse era il dolore, o la vicinanza alla morte, ma non riuscivo a pensare ad altro che non fosse la sua bellezza, indipendentemente dalla sua crudeltà, o forse a causa di quella.
A quanto pare su una cosa James Bond aveva ragione: la femme fatale esisteva ancora. Purtroppo.
Perché più lei diventava crudele più io diventavo docile, remissivo. Più lei cercava di piegarmi al suo volere più io resistevo, ma non per liberarmi: per farla arrabbiare, perché mi piaceva il suo modo di impartirmi ordini, il suo sguardo quando rifiutavo, la sua collera quando riuscivo a leggerla nei suoi occhi e le sue risate quando mi puniva. Mi piaceva il suo sguardo di disgusto quando mi guardava in faccia, di solito con un piede appoggiato sul mio petto, sul cuore, quasi a segnalare che quello, ormai, era sua proprietà, come me del resto. Come la mia vita. Che avrebbe potuto spezzare con facilità in qualsiasi momento, se avesse voluto.
Forse era vero, che nessuno aveva mai osato darle torto, e che molte sue vittime avevano invocato la morte, come liberazione finale, seppur con le lacrime agli occhi.
Ma io non lo avrei fatto. Non per me: io, in quelle condizioni, avrei fatto qualsiasi cosa pur di vivere, ma c’era una parte in me che stava urlando la sua indignazione.
Una voce in me, che mi dava ordini.

Alzati! Combatti! Maledetto stupido, ti ammazzerà come un cane quando avrà finito con te! Non farti cullare dall’idea di morire subito! Ti terrà così, ammanettato e steso per terra, finchè ne avrà voglia. E poi ti ucciderà! Sarai il suo zerbino per un paio d’ore, un paio di giorni, poi ti ucciderà. Potrai strisciare ai suoi piedi quanto ti pare, ma ti ammazzerà lo stesso, perché lei vorrà così, e non potrai cambiarlo in alcun modo. Ma continua pure a prostrarti ai piedi di un’assassina. Ai piedi dell’assassina di tuo fratello. Zodiaco!

No. Non lo avrei fatto. Mi sarei liberato, in un modo o nell’altro, avrei vendicato mio fratello. Ma non riuscivo a ribellarmi. Una voce riprese a darmi ordini, ma questa volta era fuori dalla mia testa. Era la voce di una donna. Daemonia.
-Adesso, ascoltami bene.- il tono di voce era autoritario, fermo, che non ammetteva repliche.
-Se vuoi prolungare la tua patetica esistenza per un po’ di tempo, prima che ti schiacci definitivamente, ti conviene seguire alla lettera i miei ordini. Capito?-
Non risposi.
Si avvicinò a me, mi divaricò le gambe, nonostante avessi le caviglie legate, e appoggiò un piede sui miei testicoli.
-Ricordati una cosa- disse lei, la sua voce era il sibilo di una vipera, il suo piede, progressivamente, premeva sempre più forte. – tu sei vivo finché la cosa mi diverte. Sai quanti ne posso trovare di vermi striscianti che ogni volta che schiocco le dita si gettano ai miei piedi, implorandomi – lo aveva detto con una voce particolare, evidentemente le dava soddisfazione – di fare di loro i miei zerbini?- La pressione sui miei genitali era ora molto forte, ed io non riuscivo a resistere.
-Ho capito.- risposi, con un sussurro.
-Lo vedremo subito.- Si avvicinò a me, si mise in piedi accanto alla mia testa e sollevò un piede, portando la suola del suo stivale all’altezza delle mie labbra.
Poi mi disse -Ora lecca.-

-Non ha senso.- risposi io, guardando Almanacco, per capire se stava scherzando. Evidentemente no.
-Non poi dire una cosa simile. Tu mi stai dicendo che io, sotto tortura, dovrei confessare e parlare, piuttosto che resistere, è questo il tuo discorso?- Ero abbastanza incredulo: un’agente come lui che mi veniva a dire una cosa del genere. Un uomo rispettato per integrità e fermezza mi diceva che potevo pure comportarmi contrariamente ai principi su cui eravamo stati formati.
Mi guardò con calma, poi, con altrettanta calma mi disse –Si, esatto.-
Ancora più incredulo, aggiunsi –Ma gli agenti, le informazioni… insomma, se davvero io parlo e dico tutto, magari riesco anche a scappare. Ma se ho fatto i nomi di qualche agente, quelli sono morti. Per loro non c’è più speranza!- Lo guardai ancora, più intensamente di prima: non io, ma la mia coscienza pretendeva una spiegazione logica.
-Vedi, nell’ipotesi che tu riuscissi a fuggire, potresti sempre avvisare per tempo e salvare la vita a quelle persone comunque. Certo, dal punto di vista operativo significherebbe far saltare una copertura, compromettere una missione, ma chi se ne frega! La vita è più importante di tutto ciò.-
-Anche quella degli altri, non solo la nostra.- risposi io, duramente.
-Perché, tu credi che sacrificandoti li salveresti, vero? E’ successo tante volte e continuerà a succedere, ma le nostre preziose informazioni scorrono come l’acqua: un politico che vuole fare scalpore, un giornalista che vuole lo scoop, un generale in pensione che vuole prendersi i meriti, un agente stanco di questo lavoro, che per quattro spiccioli ci venderebbe tutti al diavolo… Il mondo è pieno di gente così. E il nostro ambiente non fa differenza, anzi, forse è quello dove questi individui pullulano di più.- Mi guardò, aspettandosi una domanda. Io invece gli diedi una risposta.
-I traditori.- dissi, freddamente.
-Già. Vanificano i nostri sforzi, e renderebbero altrettanto vano un tuo sacrificio. Il mondo è pieno di traditori, e proprio non vale la pena morire per loro.-

Ore 11:35
Sulle acque della Moldava
Il motore del piccolo gommone gemeva nello sforzo di solcare le acque gelide del fiume, e nel sopportare il peso del suo unico occupante, cioè me, impegnato nello strenuo tentativo di trovare Daemonia prima che si accorgesse della mia presenza. Le quattro ore stavano per scadere, il treno sarebbe arrivato e i suoi uomini l’avrebbero avvertita che mi trovavo ancora a Praga.
Se i miei calcoli erano esatti alle 12:00 sarei stato un altro cadavere con un buco in testa e la firma “Daemonia”.
Ce n’erano tanti di cadaveri così.
Alcuni pagati a peso d’oro dai mandanti, altri uccisi per difesa, altri per vendetta, altri ancora per odio e altri per divertimento.
Agiva secondo una specie di “dogma” comportamentale: le vittime erano solo maschi, e venivano uccise a pagamento, ma quando l’assassina decideva di uccidere gratis poteva essere per varie motivazioni, i nostri psicologi si stavano scervellando su questo: il profilo delle vittime indicava due criteri abbastanza distinguibili, riconoscibili anche dalla pena inflitta dal carnefice.
Gli uomini potenti, arroganti ed influenti venivano innanzitutto sottomessi, torturati e costretti ad atti di umiliazione, come risarcimento per la loro superbia. Una volta che imploravano per essere risparmiati venivano uccisi senza tanti complimenti.
E poi c’erano coloro che si erano macchiati di crimini contro le donne: stupratori, magnaccia, mariti che picchiavano le moglie, che violentavano le figlie e altri rifiuti simili.
Per loro la pena era assai più crudele, inflitta con molto più odio, meno raffinatezza e un maggiore senso di soddisfazione finale.
Tuttavia il finale era sempre il solito: i testicoli venivano asportati, sempre per la solita “legge del contrappasso”, quando la vittima ancora era in vita. E poi veniva torturata e umiliata ancora, ancora e ancora. Quando il dissanguamento provocava una minore recettività delle terminazioni nervose i castighi venivano inflitti con maggiore durezza, in modo che il torturato pagasse per le proprie colpe fino all’ultimo secondo di vita, e forse anche oltre.
I risultati erano raccapriccianti, il povero diavolo che avevo visto su un tavolo di obitorio sembrava un grosso pezzo di carne macinata male. Il povero diavolo era uno stupratore, e chi stupra merita un castigo, ma una cosa del genere non l’avrei augurata neppure a Hitler.
Questi erano i miei pensieri mentre mi accingevo a entrare nella tana del lupo, il covo dell’assassina, una villa sull’isoletta in mezzo alla Moldava, dove il fiume è attraversato dal Ponte Legiì.
In quel luogo Zodiaco aveva passato gli ultimi istanti di vita, e da lì era stato gettato, ancora vivo nelle acque impetuose, che ne avevano restituito il corpo vicino al ponte Palackého la mattina successiva.
L’isola su cui si trovava la villa era abbastanza ampia, tagliata in mezzo dal ponte, quasi completamente coperta dalla vegetazione boscosa. Spensi il motore una cinquantina di metri prima della riva, per non allarmare le probabili guardie, poi avvolsi la mia pistola nella sciarpa che avevo comprato a poco prezzo in un negozietto sulla riva, infilai il fagotto in uno zainetto che appesi al collo e mi gettai in acqua.
L’acqua gelida e tumultuosa mi trafisse come una raffica di schegge, e iniziai ad agitarmi convulsamente, come in preda ai crampi. Il gommone si stava allontanando, dirigendosi dalla parte opposta. Bene.
Continuai ad agitarmi un po’, poi iniziai a urlare: -Aiuto! Sto annegando!- attesi una risposta dall’isola, ma non arrivò.
-Aiutatemi, vi prego! Non so nuotare!- continuai a urlare. Niente. Smisi di agitarmi e incominciai a nuotare, combattendo la corrente.
Giunsi a venti metri dalla riva e ricominciai la pantomima del marinaio caduto dal gommone. Di nuovo nulla. Evidentemente l’isola non era sorvegliata. Mi inerpicai sulla scogliera e attraversai il bosco, premurandomi di prendere la pistola e gettare in mare lo zaino.
Continuai a correre, di albero in albero, accovacciandomi e attendendo ogni minimo segnale di movimento, ogni piccolo spostamento nello spazio circostante, che facesse vibrare la ragnatela dei miei nervi e mi indicasse una preda. Nulla.
Avvitai il tubo del silenziatore alla pistola e mi avvicinai alla casa, osservandola attentamente. Niente telecamere. Niente guardie. Niente cani. Niente trappole. Niente di niente.
Arrivai all’ultimo albero, a venti metri dalla villa, oltre la mia posizione era campo aperto per venti, maledettissimi metri: un cecchino sul tetto della casa non avrebbe avuto difficoltà a centrarmi in pieno. Nessuna copertura, nessuna zona d’ombra, solo una spianata senza irregolarità, come il green di un campo da golf. Mi accovacciai e rimasi in attesa qualche secondo. Dovevo essere rapido, molto rapido.
Uno.
Nulla.
Due.
Tutto tranquillo.
Tre. Via, via, via!
Accovacciato più che potei, corsi verso il muro di cinta, alla massima velocità che le mie gambe, stanche per la nuotata, mi consentissero di tenere.
Arrivai accanto al muro di cinta, mia appoggiai alla parete e rimasi in ascolto. Dall’interno del cortile non si sentivano rumori, passi, latrati, rumori di auto. Niente.
Niente, niente, niente, niente!
Mérda!
Mi accovacciai con la schiena contro al muro e cercai di riflettere: dove avevo sbagliato?
Forse Vince aveva mentito.
No. Improbabile, non avrebbe commesso un simile sbaglio, sapendo che lo avrei consegnato ai miei e che avrebbe dovuto testimoniare di nuovo. Se mi avesse mandato nel posto sbagliato avrebbe dovuto affrontare pene ancora peggiori di quelle che già gli toccavano.
Mi accesi una Marlboro, il pacchetto, miracolosamente asciutto, lo avevo riposto nello zaino, sperando che non si bagnasse, e così era stato.
Inspirai il fumo, chiusi gli occhi, aspettai di rilassarmi e lasciai uscire il fumo, assieme all’ansia del momento. E mi trovai di fronte all’evidenza: se ne erano andati. Tutti.
Avevo visto tracce di pneumatici e di scarpe sul sentiero, ed erano tutte in uscita. Le avevo viste ma non le avevo guardate, non avevo pensato. Da quando avevo iniziato la mia caccia mi ero sempre dimenticato di farlo, come se fosse secondario. Ora mi accorgevo che avrei dovuto farlo prima.
Daemonia aveva sguinzagliato Vince, e non lo aveva visto tornare. La macchina della scorta che avevo seminato era sicuramente tornata alla base e aveva avvertito dell’accaduto. Avevano pensato alle varie opportunità di liberare i prigionieri e le avevano scartate tutte, e quindi avevano pensato di scappare, non potendo fronteggiare il blitz dei militari che sarebbero arrivati una volta torchiato Vince.
Camminai attorno alla casa, fumando tranquillamente, e arrivai di fronte al cancello principale, quasi ironico trovarlo spalancato. Mi sarei aspettato chissà quale spiegamento di uomini e armi. Invece ero lì, tranquillo, con una sigaretta in bocca e una pistola in mano, che passeggiavo per le stanze ormai disabitate dell’ex quartiere generale dell’assassina più ricercata in tutta Europa.
Gente fuggita da poco, come simboleggiavano la poltrona sgualcita dove mi sedetti e il caffé ancora tiepido che assaggiai, dalla tazza di un tavolino lì affianco.
Il caffè era amaro e forte e la tazza era sporca di rossetto. Una sola donna abitava in quella casa. Daemonia.
-Maledizione- urlai a squarciagola, scagliando la tazza contro il muro, frantumandola in mille pezzi.
L’avevo persa.
Potevo fare una sola cosa: cercare delle prove, degli indizi che mi mettessero il più rapidamente possibile sulle sue tracce.
Mi accesi un’altra paglia, tanto, ormai.
Dopo un po’di giri nella casa trovai ciò che cercavo: una botola sul pavimento.
La sollevai e vidi una rampa di scale che portava ad una specie di sotterraneo, ma nella poca luce non riuscivo a vedere molto, ma potevo sentire qualcos’altro: l’odore inconfondibile che tutti coloro che hanno visto la morte da vicino sanno riconoscere, l’odore del sangue.
Scesi le scale e vidi uno spettacolo abbastanza ripugnante, non per ciò che mostrava ma per l’idea che evocava alla mente.
Sul pavimento di quella stanza era disegnato l’Uomo Vitruviano, di Leonardo da Vinci, e all’altezza di polsi e caviglie, dal pavimento, spuntavano delle manette, delle morse di ferro, simili alle chele di un granchio che servivano a bloccare la vittima al pavimento.
In preda a un’allucinazione, vidi mio fratello, Zodiaco, legato al pavimento, sanguinante e sofferente, immobile e crocifisso alla maniera di Gesù Cristo.
Allontanai quei pensieri, e tuttavia non potei fare a meno di avvicinarmi alla figura tracciata sul terreno.
In quel momento, un istante troppo tardi, sentii una folata di vento e percepii la presenza di qualcun altro con me in quella stanza. Mi girai e vidi una figura femminile, alta, mora e pallida, gli occhi come due carboni ardenti. Facendo perno sulla gamba sinistra, compì un mezzo giro su se stessa e lanciò il suo piede destro contro la mia testa.
Non cercai di schivarlo, ma tentai di alzare la pistola e spararle. Non feci in tempo e il suo calcio mi colpì in pieno volto, con una forza impressionante persino per un pugile. L’impatto fu violento, ebbi l’impressione di essere attraversato da un fulmine.
Caddi per terra e l’ultima cosa che vidi fu la mia sigaretta, a qualche centimetro dalla mia testa, e il piede di quella donna che la distrusse sotto i suoi stivali.
-Sarà il tuo destino.- annunciò.
parte 1, fine, continua)
Letto 3343 volte Ultima modifica il Mercoledì, 23 Maggio 2012 12:45
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