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Domenica, 26 Ottobre 2003 12:51

Ginevra

Scritto da  énide
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La sua mano mi trattiene per il braccio, facendomi anche male, ma non mi lascia. C'è anche un suo collega del luogo che fa un apprezzamento pesante, ma appena sentito il mio cognome si scusa subito. Mi chiede di sedermi accavallando le gambe. Quella posizione lascia ben poco all'immaginazione dei presenti. Si avvicina e appoggia la mano sulla mia spalla...
-Faresti una cosa per me?
Indossare una minigonna ma vestirsi in modo sobrio ed elegante. I capelli raccolti in uno chignon. Me lo chiede Claudio per uscire con lui. Spesso pronuncia la frase: "Faresti una cosa per me?" Non riesco mai dirgli di no. Poco a poco mi rendo conto che faccio tutto quello che mi chiede di fare. Ci incontriamo appena fuori città. Lascio la macchina e salgo sulla sua. Mi saluta guardando attentamente il mio abbigliamento. Lo vedo sorridere, è soddisfatto. Imbocca la tangenziale, ci lasciamo alle spalle la città. Andiamo in un club nella cittadina vicino per la presentazione del nuovo libro di un suo amico scrittore. Mi presenta i suoi amici, ma ho l'impressione che voglia esibirmi. Alcuni mi fissano insistentemente e lui sembra soddisfatto del successo che sto riscuotendo. Mi sento come in mostra, vorrei andarmene. La sua mano mi trattiene per il braccio, facendomi anche male, ma non mi lascia. C'è anche un suo collega del luogo che fa un apprezzamento pesante, ma appena sentito il mio cognome si scusa subito. Mi chiede di sedermi accavallando le gambe. Quella posizione lascia ben poco all'immaginazione dei presenti. Si avvicina e appoggia la mano sulla mia spalla. È una presa sicura. Quel contatto mi provoca la stessa sensazione provata quando l'ho conosciuto. Ci sono altre donne più o meno giovani. La mia attenzione è attratta da una sulla trentina. Molto carina, capelli corti, occhi dolcissimi. È seduta su un cuscino, in terra, ai piedi del suo accompagnatore. Intorno al collo un cinturino di strass al quale è legato un guinzaglio. Guardo meglio, credo di non aver visto bene. Sì, ho visto bene. Indossa proprio un guinzaglio. Chiedo a Claudio chi sia la coppia e perché lei porti il guinzaglio. Mi spiega che lui è un master e lei la sua schiava. Master? Schiava? Cosa significa? Schiava di cosa?
-Il master è un dominante, un maestro. La schiava un suo oggetto.
Non capisco ancora. Mi tornano in mente, però, le parole di Luca quando parlava di Claudio con Anna.
- La schiava si affida completamente nelle mani del suo signore, che provvede a educarla, a prepararla al suo compito. La guida e la educa, non solo sulla strada del sesso ma anche della vita. Lui comanda e lei esegue.
Continuo a non capire. Cosa comanda e lei cosa esegue? Resto un attimo perplessa e realizzo che anche Claudio mi ordina di fare delle cose e che regolarmente io eseguo. -Faresti una cosa per me? Quando lui chiede io lo faccio. Allora sono una schiava anche io?
-Alcune delle donne che vedi qui sono delle schiave, pronte a fare qualsiasi cosa per soddisfare il proprio padrone. Il loro unico desiderio è servirlo e renderlo felice, anche se la strada che hanno imboccato è dura e difficile. Vivono esclusivamente in sua funzione, annullandosi completamente.
Sto per replicare ma in quel momento entra una coppia. Lei non bella, ma con un fascino particolare. Saluta cordialmente tutti. Il suo accompagnatore la segue, non cammina vicino a lei, la segue tre passi dietro. Capisco subito che è diversa. Emana possesso. Claudio mi spiega che è una "domina" e chi l'accompagna è il suo sottomesso. Si avvicinano a noi, lei mi osserva e bisbiglia qualcosa a Claudio che annuisce.
- Faresti una cosa per me?
Ripete ancora una volta questa frase e ancora una volta non riesco a dire di no. Ci appartiamo in una saletta privata, l'altra coppia ci segue. Un ambiente carino, confortevole, direi quasi intimo. Mi fanno sedere su un divano, lei si avvicina al suo schiavo, gli parla all'orecchio. Lui annuisce e inizia a spogliarsi. Completamente nudo si inginocchia davanti a me, con lo sguardo abbassato. Sento i suoi occhi fissare i miei piedi. Non faccio nemmeno in tempo a chiedermi cosa vorrà fare che sento la sua lingua sulle mie scarpe. Le lecca tutte, suola compresa e, dopo aver terminato me le sfila con la bocca. Inizia a baciarmi i piedi. Il mio corpo è pervaso da brividi di piacere, socchiudo gli occhi spingendo i piedi in avanti.
-Toglile le calze! Sai bene come fare.
La voce di lei è fredda quasi metallica. Continua a dargli ordini e lui docilmente esegue. Con la bocca inizia a togliermi le calze, facendo attenzione a non sfilarle. Una per volta, lentamente, con la maestria di chi è uso a farlo. Sono sempre più eccitata. Mi ritrovo a piedi nudi. Inizia a baciarli. Comincia dal tallone, i lati, poi la pianta. Sento la sua lingua sulle dita. Mi succhia l'alluce, passa la sua lingua tra le altre dita. Provo delle sensazioni meravigliose tanto da non accorgermi nemmeno che sto infilando sempre di più il piede nella sua bocca, le dita sono completamente dentro. La sua lingua è abile. Sono completamente eccitata.
-Non smettere, continua e mettici più impegno!
E' la mia voce a pronunciare la frase. Apro gli occhi e vedo la signora che guarda stupita Claudio.

***

Claudio De Biase, il giudice. Sembra sia passata una vita da quel giorno che ci siamo conosciuti. Invece sono soltanto pochi mesi. La telefonata di mio padre, Luca. Mi raggiunge mentre sto facendo la doccia dopo la partitella di calcio. Mi chiede di rientrare presto. C'è un suo collega a cena e mi sollecita a non ritardare. Arrivare in ritardo, uno dei mie difetti. È più forte di me, trovo sempre il modo per non essere puntuale. Cerco di sbrigarmi, ma un ingorgo stradale mi blocca.
Adesso andrà su tutte le furie. Ma guarda se devo beccare un ingorgo. Chi lo sentirà ora ?
Arrivo a casa tardi, già immagino la sua faccia. Apro la porta di casa, cercando di non farmi sentire e filare di corsa in camera, almeno per togliere la tuta che indosso.
- Ginevra? Sei tu?
Il tono della sua voce è alterato, guardo l'orologio. Accidenti è ancora più tardi di quello che pensavo.
- Ginevra? Dove sei?
È sempre più spazientito, meglio andare e non pensare a cambiarmi.
- Eccomi. Sono qui.
Entro nel salone. Ho ancora il borsone in mano, intravedo un uomo e una bella donna. Claudio ti presento Ginevra, il maschiaccio di casa. Sandra questa è mia figlia, la mia dannazione.
Pronuncia quest'ultima frase ridendo e abbracciandomi.
Piacere. Sono Claudio De Blasi, un collega di tuo padre, e lei è Sandra una mia cara amica.
Piacere giudice. Piacere signora.
Certo per essere un maschiaccio sei un bel maschiaccio, complimenti.
Le parole sono di Claudio. Mi sento avvampare. Il primo complimento fattomi da un uomo. La sua mano stringe la mia con forza e quel contatto mi provoca un sensazione che non conosco. Lo osservo meglio. Un bel fisico, capelli neri, lisci e leggermente lunghi. Bel sorriso, denti bianchi che risaltano ancora di più per l'abbronzatura. Espressione un pò severa, d?altronde è un giudice. Ha all'incirca quarantacinque anni, scapolo tra i più ricercati della città. Un ottimo partito come direbbe Anna, la mia facente funzioni di mamma.... Sandra è una bellissima donna dai capelli rossi ramati, ben curata, vestita elegantemente. Credo che abbia intorno ai trentacinque anni. Una donna di classe. Durante e dopo la cena noto il suo atteggiamento nei confronti di Claudio. Più volte gli tocca affettuosamente la mano, gli sorride e lo guarda incantata. Forse è qualcosa di più di una cara amica.

***

Come tutti i sabato mattina sono al circolo del tennis. Ci vado con i miei amici, quasi tutti fidanzati tra di loro. Martina e Giorgio, Loretta e Sandro, Nicoletta e Maurizio, Gianna e Paolo.e nessuno di loro si cura troppo di me il maschiaccio che gioca con loro a pallone. Questa mattina mi gioco la colazione con Giorgio. La partita finisce. Ho vinto io. Non è una cosa nuova. Giorgio è leggermente imbarazzato, non riesce mai a battermi. Gli altri lo prendono in giro e lui si infuria ancora di più.
Basta. Non gioco più. Tanto vale che ti paghi direttamente la colazione, almeno la smetti di prendermi in giro.
Giù risate a non finire mentre ci avviamo al bar. Sento una voce chiamarmi, una voce conosciuta mi sembra, almeno.
-Ginevra, ma sei proprio tu? Che bella sorpresa. Ho sentito involontariamente che hai ancora vinto. Complimenti.
Mi volto e vedo seduto ad un tavolino il giudice De Blasi. Un completo da tennis bianco, due gambe non male, direi proprio un bell?uomo. Lo saluto chiamandolo giudice, ma lui, sorridendo, dice di chiamarlo per nome e di dargli tu, poi mi invita a sedere. Mi siedo e mentre lo faccio continuo ad osservarlo. Mi sembra diverso dalla sera della cena. Parla e sorride spesso. Meno severo, rilassato. Forse una giornata in tutta tranquillità gli fa dimenticare il caso che attualmente sta seguendo. Luca dice che è molto complicato e delicato. Un politico accusato di falso in bilancio. Siamo rimasti a parlare. Gli amici stanchi di aspettarmi se ne sono andati. Si è interessato ai miei studi, abbiamo discusso degli argomenti più disparati, ma i suoi occhi sempre fissi sul mio corpo. Comincio a sentirmi a disagio. Il corto gonnellino lascia abbondantemente scoperte le gambe e i suoi occhi ci si poggiano spesso. La t-shirt bagnata sta cominciando ad asciugarsi e aderisce al seno. Non mi era mai successo di essere osservata in quel modo. In fondo Ginevra è un maschiaccio. Mi invita a pranzo ed io sono sempre più imbarazzata, ma non riesco a dire di no. Chiedo solo di andare a fare una doccia, di cambiarmi. Torno poco dopo, indosso i jeans e una camicetta. Senza neanche rendermene conto non l?abbottono completamente. Durante il pranzo sento sempre i suoi occhi scrutarmi, soffermarsi soprattutto sulla camicetta aperta. Per la prima volta mi sento donna. Una donna, non più il maschiaccio. Spero che mi chieda di rivederlo, almeno il numero del cellulare. Niente. Si alza e mi saluta cordialmente, avvolgendo di nuovo il mio corpo con il suo sguardo.

***

I giorni passano, ma non ho più sue notizie. Chiedo di lui qualche volta a Luca, mi risponde che per seguire meglio quel caso si è messo in aspettativa. Stando a casa, con tranquillità, può studiare meglio il complesso fascicolo. Riprendo la vita di sempre. L'università, il tennis, il calcio, gli amici. I pensieri miei, i ricordi. Rivedo Martina. La mia amica-quasi- sorella, Martina talmente presa dalla sua storia d'amore da non dedicarmi più molto tempo. Presa dalla sua storia d'amore e il suo continuo litigare con la madre?

***

- Non ne posso più. È troppo assillante. Non mi lascia libera di agire... Addirittura quello che devo indossare. Non sono più una ragazzina. In fin dei conti, ho ventidue anni.
Martina ha il viso completamente rosso dalla rabbia, un leggero tremore alle mani. Conosco Martina da sempre. Siamo nate nello stesso giorno e il nostro primo incontro è avvenuto nella nursery della clinica. Le nostre madri nella stessa stanza, entrambe al primo parto e con una paura pazzesca, sono diventate subito amiche. Un'amicizia consolidatasi nel tempo, mentre noi crescevamo insieme. Due donne completamente diverse, fisicamente e mentalmente. Provo a tranquillizzarla.
- Ma quale calma? Ma allora non hai capito niente. Voglio vivere la mia vita. Voglio essere libera di fare le mie scelte.
Quelle ultime parole mi ricordano qualcosa: me bambina ad orecchiare dietro una porta...

***

Mia madre: alta, lunghi capelli biondi e lisci, carnagione chiarissima, occhi di un verde profondo, corpo snello e agile. Lucrezia, un nome che evoca altri tempi e origini elevate. L?altra: media statura, corti capelli ricci, occhi neri dello stesso colore dei capelli, carnagione olivastra, leggermente rotonda. Una donna comune con un nome comune: Anna. Lucrezia. Anna. Ed io bambina dietro quella porta socchiusa, ad ascoltare...

***

- Non sono felice. Questa vita non fa per me. Mi sento come chiusa in una gabbia dorata. Voglio vivere la mia vita. Lasciami andare. Fammi assaporare nuovamente il gusto della libertà. Sono giovane, voglio vivere ancora.
- Lucrezia sei sicura? Lo vuoi veramente? Ma non pensi a Ginevra? Perché portarmela via? Sai quanto mi è affezionata.
- Ginevra? È ovvio che Ginevra resterà con te. Non crederai che passerò il resto della mia vita ad occuparmi di lei. Ripeto, sono giovane e voglio godermi la vita.
Nascosta dietro la porta, sento mia madre pronunciare queste parole. Mi considera solo un ostacolo per la sua libertà. Quando se ne va mi abbraccia distrattamente, senza un minimo di trasporto.

***

Inizia così la mia vita di bambina senza madre. Ho sempre avuto un bel rapporto con mio padre, ma da allora si è consolidato. Da quel momento ho cominciato a chiamarlo per nome. Abbiamo passato momenti meravigliosi. Luca e Ginevra. È stato lui a volermi chiamare in questo modo. Mi ha insegnato ad amare il mondo della fantasia, i racconti epici, cavallereschi ha voluto chiamarmi così, come la bionda signora di Camelot. Abbiamo trascorso serate intere, davanti al camino, a inventare giochi con maghi, fate, cavalieri e draghi. Excalibur, la mitica spada di re Artù. Quante volte ho immaginato di impugnare la sua elsa? Luca e Ginevra amici, non un padre ed una figlia. Anna da quel momento si è sostituita, nel limite delle sue possibilità, a Lucrezia. Martina ed io, cresciute come due sorelle.

***

Crescendo somiglio sempre più a Lucrezia. I capelli biondi, il suo corpo agile e snello, gli occhi dello stesso colore verde profondo. Forse proprio per non somigliarle, indosso sempre jeans e larghi maglioni. Non mi trucco, viso solo acqua e sapone. Gli amici mi vedono solo come un compagno di giochi, mi raccontano le loro prime avventure, le prime cottarelle. Sono l'amica di tutti, l?amica con cui confidarsi, non la ragazza che sta trasformandosi in donna. Il maschiaccio. Martina invece è una donna. Trucco sempre perfetto, vestiti che mettono in risalto il corpo, minigonne che poco lasciano all'immaginazione.

***

Trascorro le mie giornate tra lo sport ed i libri, la facoltà di Giurisprudenza è la stessa che ha frequentato Luca, mio padre. Prendo l'abitudine di chiamare Anna tutti i giorni. Le racconto tutto tralasciando, ovviamente, di raccontarle le sensazioni che mi suscita Claudio. Diventa insomma la mia confidente. Lucrezia, mia madre è sparita. È uscita dalla mia vita quando avevo sei anni. Ogni volta che mi guardo allo specchio vedo riflessa la sua immagine. La odio: quella donna mi fa odiare me stessa!!

***

...Entro di corsa in casa, un rapido sguardo allo specchio che è nell?ingresso. L'immagine rimandata non mi piace. Accidenti come mi è venuto in mente di farmi le trecce? Non bastano i jeans e maglione? Entro nel salone e li vedo. Sandra, una dea. Un vestito di alta sartoria che le fascia il corpo, il viso truccato perfettamente. Claudio, un mito. Lo vedo imponente dall'alto dei suoi 185 cm. Un completo blu notte, camicia celeste, senza cravatta, un foulard al collo. Si tocca i capelli, scuotendo la testa. Un gesto che gli ho visto fare spesso al circolo del tennis. Luca elegante come il solito, mio padre è sempre un bell'uomo. Li guardo e ripenso a come sono conciata io - Buona sera a tutti. Scusate il mio ritardo.
- Ciao Ginevra, con le treccine sembri Pippi calze lunghe.
Sandra, accidenti che bel modo di salutare ?
- Certo Pippi calze lunghe, ma non hai le lentiggini e tanto meno le scarpe grosse, però indossi gli anfibi. Tranquilla, sei più carina..
Pippi calze lunghe? Mi vede così? Lo dice ridendo, ma i suoi occhi avvolgono il mio corpo.
- Ginevra, quando smetterai di conciarti come un ragazzaccio?
Ecco, anche Luca mi prende in giro. Il sorriso mi si spegne sulle labbra. Lucrezia quanto ti odio!! A tavola e me ne voglio andare, sparire. Sandra la dea. Pippi calze lunghe. Non riesco a partecipare alla loro conversazione. Me ne vado, me ne vado in camera...
- Ma dove vuoi andare Ginevra? Guarda abbiamo portato il gelato.
Il gelato? Ma allora mi vede solo come una bambina?. Il gelato?
- Resta. Se vuoi salire in camera solo per sentire lo stereo, lo puoi fare anche qui. Vorrà dire che sacrificheremo i nostri timpani. Lascia stare la chat per una sera.
Non è un invito quello di Luca, mio padre, ha pronunciato le parole ridendo, ma capisco che mi sta obbligando a restare. In terrazzo, lo stereo. La musica dei Pink Floyd che per dispetto ho messo a palla, il cielo stellato, la luna splende alta. Mi lascio cullare dalla musica e mi ritrovo una mano sul braccio... Un leggero brivido.
- Che succede? Sei triste...
Claudio continua a parlare, senza togliere la mano dal mio braccio. Mi giro. I nostri occhi si incontrano ed io mi perdo in quello sguardo. Mi chiede il numero di cellulare. Lo memorizza subito sul suo e mi da un biglietto da visita.
- Chiamami quando vuoi. Hai tutti i miei numeri. Mi farebbe davvero piacere sentirti. Guarda ci conto.
Furtivamente nascondo il biglietto, la dea si sta avvicinando. Gli cinge le spalle e noto che lui si sposta con disappunto. La serata volge al termine, il cd dei Pink Floyd è ancora nello stereo, nessuno ha provveduto a cambiarlo.
- Buonanotte Pippi calze lunghe.
Sandra, la dea, saluta così. Comincia a diventarmi antipatica.

***

Mi sveglio, sul comodino il biglietto da visita. Lo prendo in mano, adesso lo chiamo. Guardo l?ora. Dovrebbe essere in ufficio. Sì, decido di chiamarlo. Mentre comincio a comporre il numero squilla il cellulare.
- Buon giorno. Ti ho svegliata? Riposato bene?
Sento dall'altra parte la sua voce. Mai voce di uomo mi era sembrata più carezzevole.
- Pensavo di prendermi un giorno di ferie, al diavolo il lavoro. Che ne dici di una partita a tennis? Chi perde paga il pranzo, va bene? Fra un'ora ci vediamo, ce la fai? Ho già parlato con Luca.
La sua richiesta mi lascia perplessa, sono lusingata. Accetto, in fin dei conti è solo un incontro di tennis e Luca è al corrente. Mi preparo ed esco di casa. Arrivo al circolo del tennis, lui è già lì. Mi aspetta seduto ai bordi della piscina. Lo vedo da lontano. È davvero un bell'uomo, non paragonabile con i ragazzi che frequento di solito. Sta fumando, legge il giornale toccandosi i capelli con quel gesto abituale che a me piace molto. Solleva lo sguardo, mi vede. Si alza in piedi e mi viene incontro. Un leggero bacio affettuoso sulle guance. Il mio viso diventa tutto un fuoco.
- Dai campionessa, non vedo l'ora di sfidarti, vatti a cambiare.
Iniziamo a giocare, un vero osso duro. Mi impegno al massimo, non voglio sfigurare. La partita finisce, il pranzo deve pagarlo lui però.

***

- Ginevra, faresti una cosa per me? Questa sera vestiti diversamente, indossa una gonna e una camicetta. Truccati un pò. Lascia i capelli sciolti, poi mi saprai ridire.
Lo ascolto attentamente, mentre penso che potrei farlo davvero anche se non riesco ad afferrare subito il perché. Trascorriamo il resto della giornata in piscina, tra chiacchiere e scherzi. Sembra un ragazzo, niente a che vedere con il severo giudice De Blasi. Spesso noto su di lui gli sguardi delle donne presenti, sguardi insistenti e per niente innocenti, ma lui non se ne cura affatto. Ho come l?impressione che fosse abituato a tutto questo. Mi guarda, non con l'insistenza delle altre volte però. Mi torna in mente Pippi calze lunghe, forse mi vede proprio in quel modo.

***

La sera mi preparo per uscire con gli amici. Trucco leggermente gli occhi, solo un pò di ombretto e rimmel. Sciolgo i capelli. Mi vesto come lui ha chiesto. Guardo l'immagine riflessa nello specchio. Non male direi. Esco e raggiungo gli amici in pizzeria. Di nuovo in ritardo e come sempre non mi hanno aspettata, sono già all'interno. Guadagno l'ingresso, cercando di non cadere per via delle scarpe con i tacchi. Che supplizio! Perché mi sono lasciata convincere a conciarmi in questo modo? Sono all'interno e incrocio due ragazzi che escono, li sento ridacchiare tra loro e bisbigliare un apprezzamento un pò pesante. Entro nella sala e cerco il tavolo dove sono i miei amici. Mi avvicino e vedo i loro sguardi stupiti.
-Ginevra??? Non ti riconoscevo. Ma che hai fatto?
Mentre Roberto pronuncia queste parole mi vergogno da morire e rimpiango i jeans e gli anfibi. Mentre penso di aver sbagliato a vestirmi così squilla il mio cellulare.
- Complimenti pulcino. Sei davvero fantastica. Lo sapevo che dentro quei maglioni si celava una donna.
Riconosco la voce di Claudio, guardo meglio intorno e nell?angolo in fondo alla sala vedo un gruppo di persone, tra cui Sandra e, nascosto dietro una colonna, lui ?
- Faresti una cosa per me? Va in bagno, togliti il reggiseno e sbottona di più la camicetta. Quando rientri in sala, fermati al mio tavolo. Voglio vederti e salutare.
Sento il click della comunicazione interrotta, non mi da neanche il tempo di rispondere, di protestare. Come si permette di chiedermi queste cose, con quale diritto lo fa? Mi pongo queste domande, ma automaticamente, mi alzo dal tavolo e mi reco in bagno. Tolgo il reggiseno e quando riabbottono la camicetta la lascio abbondantemente aperta. Mi osservo allo specchio. Riflette il mio volto rosso di collera e di vergogna, ma sottili brividi di piacere percorrono il mio corpo. Esco dal bagno e mi dirigo verso il tavolo di Claudio. Con il consueto gesto si sta toccando i capelli, scuotendo la testa. Su di me gli occhi di tutti i suoi amici e sento Sandra dire: - Ciao Pippi calze lunghe. Come ti sei conciata? Luca ti ha vista?
Lui non parla, mi guarda soddisfatto. Soddisfatto della trasformazione operata e mentre sento i suoi occhi fissi sulla camicetta aperta il mio respiro diventa affannoso, non riesco a capire quello che sto provando. Faresti una cosa per me? Quante altre volte glielo sentirò ripetere. Claudio De Biase, non più il giudice. Il mio complice di chat ed io il pulcino...

***

Fino a questa sera, qui al club... - Continua, non fermarti. Bacia anche l'altro piede...
Impartisco un nuovo ordine. Duilio, il sottomesso, alza lo sguardo allibito, smettendo di baciarmi i piedi. La cosa mi irrita e lo schiaffeggio, uno schiaffo inaspettato e così violento da fargli girare la faccia.
-Perdonatemi Domina. Vi scongiuro, perdonatemi!
Mi chiama domina, mi supplica. Un'altra ondata di piacere mi assale. Continua a baciarmi i piedi, adesso lo fa con più ardore e passione. Non so neanche rendermi conto del tempo trascorso, mi lascio cullare dalle emozioni che provo. Un uomo nudo, ai miei piedi, che esegue i miei ordini. La signora si avvicina, e mi porge un frustino. Resto un attimo perplessa. Lo agito. Il sibilo mi piace, mi da forza. Comincio a colpire Duilio. Questa novità mi provoca ancora ondate di piacere. I colpi diventano più forti, più decisi. Lo sento ringraziarmi, chiedere di continuare. In quel momento capisco chi sono veramente.

***

Io sono una padrona. Duilio il mio primo schiavo, regalatomi dalla signora.

***

Trascorro il pomeriggio con Duilio, è passato un anno dalla prima volta che l'ho conosciuto. È uno schiavo devoto, io, una domina sempre più esigente. Lo uso e ne godo come meglio credo. Rientro a casa stanca. Non vedo l?ora di fare una doccia e riposare. Inizio a salire le scale per andare in camera quando sento la voce di Anna. Scendo per andare a salutarla, ma qualcosa mi impedisce di entrare nel salotto. Resto immobile dietro la porta ad ascoltare.
-Così hai saputo che è tornata. Ti ha chiamata al telefono? Cosa ti ha detto?
- Aspetta, ti racconto tutto con calma. Questa mattina squilla il telefono, rispondo e la sento. Dice semplicemente: ?Ciao sono Lucrezia?, così come se niente fosse, come se ci fossimo lasciate da poco.
- Ti ha chiesto di noi? Almeno ti ha chiesto di nostra figlia? Ha voluto sapere niente?possibile che non ti abbia fatto domande?
- No, mi dispiace Luca. Non ha nominato nessuno dei due. Ha solo detto di essere tornata a vivere qui, in città. Il suo compagno, un funzionario della Comit, è stato nominato direttore e quindi trasferito qui. Non è stata contenta di tornare, ma lo avrebbe seguito anche in capo al mondo.
- Mi raccomando Anna, Ginevra non deve sapere niente. Ha già sofferto troppo da piccola. Non so come potrebbe prendere la notizia del suo ritorno.
Quanta amarezza nelle parole di Luca. Ancora una volta, nascosta dietro la porta, lo vedo piangere. Forse l'ama ancora. Lei, Lucrezia. Ancora una volta, nascosta dietro una porta, vedo cambiare il mio destino. Ma ora è diverso: tutto diverso...

***

L'incontro con Claudio è stato determinante. Mi ha trasformata da "maschiaccio" in donna. Una donna consapevole del proprio fascino e della propria forza. Me ne rendo conto sempre di più ogni giorno che passa. Ripeto a me stessa queste cose mentre mi preparo ad andare ad un concerto. Il teatro è pieno, finalmente dopo tanto tempo una manifestazione culturale interessante. Mi soffermo nell?atrio a fumare una sigaretta e vedo entrare una coppia. Il mio cuore smette di battere, mi sembra quasi di svenire. Lucrezia e il suo compagno. Mio dio quanto è bella! Non è cambiata affatto, anzi direi migliorata, più affascinante, più matura. Mi passa davanti e nemmeno mi vede. Durante il concerto li guardo spesso, non posso distogliere lo sguardo da lei. Lucrezia quanto ti odio!

***

Controllo la posta e trovo un invito per la presentazione di un nuovo libro, che si terrà nel solito club. Ci sono tornata spesso al club, sia da sola sia accompagnata da Duilio. Dietro l'innocente veste di un circolo letterario si cela, invece, un club dove si pratica SM. Decido di andare. Tra gli invitati noto alcuni volti nuovi. Osservo più attentamente e lo vedo, seduto in poltrona, vicino alla finestra. È il compagno di Lucrezia. Il mio sguardo indugia a lungo su di lui che, sentendosi osservato, si volta. Sfrontatamente continuo a guardarlo, quasi con aria di sfida, lui abbassa gli occhi ed il modo con cui lo fa dichiara il suo status. Un impeto di rabbia mi assale. L'uomo per il quale Lucrezia ci ha abbandonati è uno schiavo!! Mi avvicino a lui con passo deciso, continuando a fissarlo, quasi volessi soppesarlo e valutarlo. Si alza immediatamente, abbassa lo sguardo e attende. Mi impongo di restare calma e non urlargli in faccia tutto il mio disprezzo. Il tono con cui mi rivolgo a lui è freddo e distaccato, lo sguardo sempre più insistente. Volutamente gli do del tu.
- Non ti ho mai visto qui, sei nuovo? Quale è il tuo nome?
Formulo queste domande con arroganza per farlo sentire a disagio, per ricordargli il suo stato di sudditanza. Risponde lentamente, la voce un po' tremula per l'emozione, il viso in fiamme quando gli porgo la mano per farmela baciare. Istintivamente si inginocchia, chinando la testa. Le mie domande sono sempre più incalzanti e lui, riacquistato un po' di coraggio, risponde senza esitare. Chiede l'autorizzazione per fare una domanda.
- Signora, come lo ho detto prima, sono arrivato da poco e non conosco nessuno. Da un amico ho saputo dell'esistenza di questo club. La prego, sono solo, vorreste essere la mia padrona? Non la deluderò, mi provi. Credo, finalmente, di aver trovato la dominante che cerco da anni. La supplico, non mi dica di no. Saprò servirla bene e senza nessuna limitazione.
La richiesta mi lascia perplessa, non so cosa rispondere, decido di non accettare, ma la mia voce risponde:
- Bene. Da questo momento il tuo nome sarà Polvere...

***

Inizia così la mia dominazione su di lui. Non ha bisogno di essere educato, ha molta esperienza, ma per ferirlo e umiliarlo gli ripeto sempre che è un incapace. Lo sottopongo, quindi, ad una nuova educazione. Non gli concedo niente. Vedo il suo sguardo adorante, i suoi occhi supplicare di essere usato, ma continuo a essere dura e severa con lui. Ogni minima sciocchezza è un pretesto per punirlo. Sempre la stessa punizione, non fisica ma mentale. Resta delle ore accucciato ai miei piedi ma per me è come se non ci fosse. Lo ignoro completamente. I suoi occhi fissano ardentemente i miei piedi, pronto a baciarli, ma raramente glielo concedo. Lo ignoro facendomi servire da Duilio. Lo chiamo al cellulare alle ore più imprevedibili e provo una grande soddisfazione nel sentirlo impacciato nel rispondere quando non è solo. Gestisco anche la sua sfera sessuale coniugale. Deve sempre chiedere l'autorizzazione per avere rapporti con Lucrezia. I primi tempi, al mio rifiuto accennava una piccola protesta, ma bastava solo la minaccia della punizione.
- Polvere, sarai ignorato!!
Navigando in internet scopro un nuovo sito a tema, ben fatto. Racconti di sottomissione ben scritti senza mai scendere nel banale e nel volgare. Ne leggo uno in particolare. Mi colpisce lo stile dello scrittore, il suo modo di descrivere fatti e situazioni in maniera talmente dettagliata e precisa da avere l'impressione di vivere realmente la storia. Mi piace particolarmente un passo, ne prendo lo spunto e lo metto in atto all'incontro successivo con il mio sub.
- Ho un dono per te, Polvere.
Apro la borsa, estraggo un nastrino di seta rossa.
- Prendilo è tuo. Legalo intorno al tuo sesso. Simboleggia la mano della tua padrona, il pieno possesso del tuo corpo.
Non possiedo solo il suo corpo, ma anche la sua anima. Esegue diligentemente qualsiasi ordine ricevuto, compreso quello di servire un altro schiavo.

***

Lucrezia nota ogni giorno il cambiamento del suo uomo, lo sente allontanarsi sempre di più. Quel continuo rifiutarsi a lei, gli occhi brillanti quando risponde al cellulare, le sue frasi incomplete. Decide di seguirlo: meglio togliersi subito il dubbio e verificare se nella vita di lui sia entrata un'altra donna. Lo segue, ma non scopre niente. Solito tran tran. Casa-ufficio, ufficio-casa. Solo frequenti visite nel club letterario, ma la cosa non le appare strana, Alberto ama molto leggere. Pensa che sia una crisi passeggera, in fin dei conti succede spesso che anche le coppie più collaudate passino un periodo negativo. Forse il nuovo lavoro, le maggiori responsabilità. Ci vorrebbe una bella vacanza, un ottimo rimedio scacciapensieri. Comincia a fare progetti per il fine settimana, un week end al mare sistemerà tutto. La sera, a cena, gliene parla. Lo vede imbarazzato, le risponde che non è possibile perché in quei giorni si terrà una riunione con tutti funzionari della sua banca. Alberto non è mai stato bravo a dire bugie, basta guardarlo fisso negli occhi per capire che mentiva. Il pensiero di un'altra donna diventa per lei quasi una realtà. Soffre, ma fa finta di crederci. Il sabato mattina lo vede prepararsi, troppo eccitato, troppo nervoso per andare solo ad un meeting di lavoro. Lo saluta affettuosamente, nascondendo la sua rabbia e la sua gelosia. Si affaccia alla finestra, lo vede salire in macchina. Dietro c'è la macchina del detective che ha ingaggiato per seguirlo.

***

Squilla il telefono, il detective le dice che lo ha seguito fino fuori città. Le da l'indirizzo e le chiede se deve aspettare. Lo lascia andare, tanto sa dove trovarlo. La loro casa in campagna. Arriva lì all'ora di pranzo. Furtivamente si avvicina alla villetta. Vide la macchina di Alberto, parcheggiata vicino ad un'altra. Una macchina sportiva, una cabrio. Una delle finestre è socchiusa, sente delle voci. Cerca di rasentare il muro per poter osservare meglio l'interno. Riconosce la finestra, è quella della sala da pranzo. Guarda all'interno e non riesce a credere ai propri occhi. Seduta, di spalle, una donna e Alberto che la sta servendo nudo, con indosso un collare come quello dei cani. In terra, vicino alla donna, due ciotole. La vede fare un cenno con la mano e immediatamente lui si mette a carponi. Lei finisce di mangiare e getta in una di quelle ciotole degli avanzi di cibo, sui quali avidamente lui si getta. Lo tratta come un cane e sente che la ringrazia e la chiama padrona. Stenta a riconoscere in quell?uomo il suo compagno, l?uomo fiero e altero che le aveva fatto perdere la testa. Vorrebbe andarsene, scappare ma non riesce nemmeno a muovere un passo. Continua ad osservare quella scena stupita. La donna si alza dalla tavolo, ma non riesce però a vedere il suo volto, nota solo un corpo giovane e snello ed una massa di capelli biondi. Si siede in poltrona e prende il caffè, mentre lui riassetta la tavola. Dopo aver diligentemente sistemato si avvicina alla donna e si stende in terra supino; lei poggia, sullo stomaco e sul viso, i suoi piedi. Alberto è diventato un tappeto vivente. Lo vede intento a baciarle le scarpe, con devozione e adorazione. Sente lei ordinargli di pulire bene anche le suole. Le sfila con la bocca le scarpe, ma qualcosa deve averla irritata. La donna si alza di scatto e lo schiaffeggia. Alberto la ringrazia e bacia la mano che lo ha colpito. Non riesce a vedere ancora il volto di lei, ma il suo portamento le sembra familiare. Lui la chiama domina, nel suo sguardo adorazione, gioia e felicità. Lo stesso sguardo che aveva con lei, appena lo conobbe. La voce di lei è dura, quasi tagliente quando si rivolge a lui: -Prendi il frustino, Polvere-. Camminando carponi lo prende e lo vede posizionarsi. Si sorregge sulle punte delle dita, in posizione prona. Vede abbattersi sul corpo di lui colpi talmente violenti da scuoterlo tutto. L'equilibrio è precario, Alberto sta facendo uno sforzo terribile per non cadere e forse proprio il concentrasi per mantenerlo non gli fa nemmeno sentire il dolore. Il tempo sembra non scorrere mai. Finalmente lei smette e passa un unguento sul corpo martoriato. Lo fa con dolcezza, gli parla lentamente rincuorandolo, chiamandolo sempre Polvere, ma in quel momento è tenera. Vorrebbe intervenire, vorrebbe vedere il viso della donna che ha trasformato il suo compagno in un succube, succube ma felice di esserlo. Vorrebbe, ma non ci riesce. Il dolore che prova è talmente forte da prenderle lo stomaco, come se qualcuno glielo stringesse con entrambi le mani. Fugge via sconvolta.

***

È domenica sera, Alberto rientra a casa. Lucrezia fa finta di niente, lo bacia affettuosamente; è stanco, sembra leggermente provato.
- Devo parlarti, Lucrezia. Devo dirti chi sono veramente. Sono uno schiavo, ho una padrona. Per me esiste solo lei; a lei devo rispetto e ubbidienza assoluta, è lei che candisce la mia vita. Ti sto dicendo queste cose perché lei me lo ha ordinato. È la padrona del mio corpo e della mia anima. Solo lei può decidere se dispensarmi gioie o dolori. vivo continuamente nel terrore di essere ignorato o, peggio ancora, che lei voglia abbandonarmi o regalarmi a qualcuno. Perdonami per il dolore che ti sto dando.
Il mondo le crolla addosso. È come se stesse precipitando in una voragine senza fondo. Tutta la sua sicurezza di donna è svanita. Il suo compagno ha una padrona e vive solo per lei. Cerca di replicare quando squilla il cellulare di Alberto. Vede i suoi occhi illuminarsi e rispondere: -Eseguirò mia domina-. Si avvicina a lei, la prende per mano e la porta in camera da letto. le chiede di spogliarsi e di fare l'amore. Lei abbozza una leggera protesta, ma lo sguardo di lui le chiede aiuto. Mentre si sta distendendo sul letto, lo vede prendere di nuovo il cellulare. Compone un numero e alla risposta pronuncia: -Siamo pronti,signora-. Inizia a fare l'amore con lei, lasciando il cellulare aperto. Capisce che sta eseguendo un ordine e che lei fa parte del gioco, vorrebbe rifiutare il rapporto, poi pensa che Alberto sarebbe punito per non aver eseguito l'ordine impartito. Ricorda bene la punizione del giorno precedente. Spesso si troverà coinvolta in situazioni del genere, ma il suo amore per lui è talmente forte da farle sopportare tutto. Un unico pensiero la tormenta: -chi sarà mai questa donna e quale potere esercita su Alberto da condizionarlo così?-.

***

La storia continua per mesi. Si rende conto che la padrona sta usando anche lei. Il suo amore per Alberto è grande ma non può continuare in questo modo. Vuole conoscerla, vuole parlarle. Alberto è sempre più preso da questa donna che alterna momenti di dolcezza a momenti di severità; lui è sempre più coinvolto, sempre più dipendente dalla padrona. A volte si confida con lei, raccontandole perfino le punizione subite. Lei, lei è sempre presente. Gli chiede, incuriosita, di parlarle di lei. Si sente rispondere che non può farlo, non vuole mancare ad una delle tre basi cardini del loro rapporto: la fiducia. Le dice solo che è giovane e bella. La curiosità aumenta maggiormente. Sì, adesso deve conoscerla. Deve parlarle. Alberto si sta allontanando sempre di più da lei, sempre più preso dalla smania di annullarsi per la padrona. Non vuole perderlo. È la sua unica ragione di vita. Per lui ha lasciato suo marito, sua figlia. Già sua figlia. È la prima volta che pensa a lei, sarà una donna ormai.

***

Sa che devono incontrarsi, lo ha sentito parlare al telefono e prendere accordi. Ha deciso di seguirlo. Deve parlarle assolutamente. Il suo matrimonio sta cadendo a pezzi, vuole provare a ricucirlo. Deve parlare con lei. Lo segue fino alla casa fuori città. Si incontrano di nuovo lì. La vede arrivare, è di spalle, riconosce i lunghi capelli biondi. Lui le apre la porta, in segno di rispetto si inginocchia e le bacia le mani. La porta si chiude. Non può aspettare. Prende le chiavi, apre la porta ed entra. La vede seduta in poltrona, sta fumando. Le gambe accavallate, alla caviglia è legato il guinzaglio che pende dal collare di Alberto. Lui sta accucciato, nudo, ai suoi piedi come un cane in attesa di una carezza. La rabbia le esplode dentro. Entra come una furia e finalmente la vede in volto. Un volto che le ricorda qualcuno.

***

Sento aprire la porta d'ingresso, mi volto per vedere chi è entrato. La vedo, i nostri sguardi si incrociano. Cerco di dominare il tumulto di emozioni che si sono scatenate in me. Resto fredda ed impassibile, ma non posso dire altrettanto di lei. Mi osserva, mi scruta e finalmente mi riconosce.
- Sei tu? Mio dio sei proprio tu? No, non è possibile.
Alberto prova a parlare, si rivolge a lei, ma lo zittisco in modo fermo e deciso.
-Zitto Polvere, questa cosa non ti riguarda. Torna a cuccia.
Si rimette ai miei piedi, lo sguardo abbassato, ma non capisce, non può capire.
-Sì, sono io. Strano che solo adesso ti ricordi di me, mamma.
Pronuncio la parola mamma con tutto l'odio e il rancore che ho dentro, la urlo quasi.
- Come hai potuto farmi questo, come? Sapevi di Alberto, sono sicura che sapevi che è mio marito. Perché? Perché? Non vedi come lo hai ridotto? Non è nemmeno più un uomo. Sei diventata per lui peggio di una droga.
- Proprio tu vieni a farmi la morale, la predica? Tu che sei sparita dalla mia vita che avevo solo sei anni, tu che mi promettesti di rivederci e non lo hai mai fatto? Certo sapevo bene chi era Alberto, l?ho voluto e l?ho preso. Mi dispiace Alberto di averti coinvolto in questa storia. Niente di personale, credimi.
In quel momento provo tanta tenerezza per lui, un senso di pentimento per averlo usato come strumento di vendetta.
- Mia figlia, il sangue del mio sangue. Mia figlia ha distrutto la mia vita.
- Tua figlia? Non ti azzardare a chiamarmi così. Tua figlia? Mi hai ignorata per diciotto anni e adesso osi chiamarmi così? Mi fai pena. Sei solo una donna di mezz?età che non si ritrova più niente tra le mani. Riprenditi pure tuo marito, te lo regalo. È il mio schiavo e posso farne quello che voglio, quindi te lo regalo.
- Non permetterti di parlarmi in questo modo, attenta. Sono tua madre.
- Mia madre? Strano che te ne ricordi solo ora. Hai rovinato sia la vita di Luca sia la mia. Basta!! Non osare più parlarmi.
Mi alzo ed esco dalla casa, finalmente mi sento in pace con me stessa. Anche se non lo sai e non lo saprai mai Luca, sei stato vendicato. L'unico cruccio Alberto, strumento inconsapevole della dura legge del taglione.

Occhio per occhio,
dente per dente.
Letto 3472 volte Ultima modifica il Mercoledì, 23 Maggio 2012 12:45
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