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Sabato, 08 Novembre 2003 14:44

Alina (Venice 2° Parte)

Scritto da  vince
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...Un attimo può essere lungo come l’eternità. Un attimo di desiderio è tutti i colori dell’universo. Un attimo di dolore è una voragine senza fondo...

Alina ricordava il comando della Pol.fer di Venezia sempre pieno di gente. Signore in lacrime a denunciare la scomparsa di un gatto soriano, uomini afflitti che avevano scordato la valigia dei documenti. La Pol.fer era stata uno dei primi servizi della sua carriera. A ricordo di Alina però, non era mai accaduto accadesse qualcosa di simile al rompicapo che le capitava questa volta. Quelli della polizia ferroviaria le avevano spedito una moglie che non riconosceva il marito trovato cadavere in treno. Come un’invasata ripeteva che quell’uomo non poteva essere il suo sposo, che al massimo era il bisnonno del suo consorte. In effetti la carta d’identità trovata negli abiti del morto indicava che avesse trentacinque anni ed invece l’aspetto del cadavere era naturale assegnagliene cento. Almeno. Uno scambio di persone? Difficile. Per una singolare coincidenza questo bisnonno aveva gli stessi calchi dentari dell’uomo che sarebbe dovuto essere. Uno scherzo della sorte? Forse. Ma questo non era tutto. Una turista americana dai capelli bianchi spruzzati di prugna si era presentata lì per raccontare di una coppia che appariva e spariva come avesse il mantello dell’uomo invisibile. Una storia almeno in parte riconducibile alla bottiglia di grappa che la signora aveva in borsa. Però quella turista giurava di aver visto una donna salire sul treno insieme all’uomo che ora appariva come un cadavere di quasi cent’anni. Solo che allora quell’uomo era molto simile a quello ritratto nella foto del passaporto. Effetti dell’alcool?

***

Racconti senza capo né coda. La polizia aveva ricevuto un filmato girato con una video camera. La scena inquadrava un distinto signore in completo scuro e polo aragosta che, in uno stato molto simile ad un sonno ipnotico, praticava in treno un’iniezione all’uomo ritrovato cadavere . Il distinto signore in polo aragosta, che fino a pochi minuti prima era un perfetto sconosciuto, era invece stato identificato. A prima vista solo per caso : una foto su di un giornale che l’aveva fatta rabbrividire. Si trattava di Tiziano Ferri, un matematico abbastanza noto, che aveva pubblicato diversi saggi. Esperto di arte orientale antica. Questo Ferri al momento sembrava essere stato inghiottito dal nulla. Più tardi, al telefono, le avevano riferito che si era presentato un giovanotto un po’ fuori di testa al commissariato centrale chiedendo informazioni su Ferri. Il giovanotto si chiamava Amos Attina: chiese che glielo spedissero prima che potevano. Ma non era ancora finita. La cosa più strabiliante era avvenuta qualche ora dopo, all’obitorio. Il cadavere dell’uomo di cent’anni era tornato ad essere quello del marito scomparso. Niente più bisnonno. Ma c’era un ultimo tassello, il più strabiliante di tutti e la riguardava. La ragione per cui era rabbrividita guardando la foto sul giornale. Tiziano Ferri era l’uomo misterioso che le era apparso in sogno: senza alcun dubbio.

***

Tiziano si ritrovò in un meraviglioso fine pomeriggio d’autunno a Venezia. Il vento era fresco, la strada deserta... Non la ricordava così e neppure serbava il ricordo della sensazione di leggerezza che sentiva. Era per la strada da solo, all’angolo di un portone di quercia...
- Ehi, ma che fai Tin?
Tin? Solo una persona al mondo l’aveva chiamato così. Ed era…
- Arianna...
I boccoli argentati di Arianna. I suoi riccioli infiniti.
- Ehi… mi saluti come se non mi vedessi da una vita: ti ho lasciato un attimo fa...

Un attimo può essere
lungo come l’eternità.
Un attimo di desiderio
è tutti i colori dell’universo.
Un attimo di dolore
è una voragine senza fondo.

Perché gli parevano così familiari i versi che gli erano appena passati in mente?
- No, è che…
Riccioli dondolanti.
- Sbrigati su, abbiamo tanto lavoro da fare...
- Tanto lavoro?
Cos’è che voleva fare Arianna? Non lo sapeva, non poteva saperlo. Arianna non apparteneva alla sua vita. Era la donna di un capitano e lui l’aveva desiderata quanto mai gli era capitato di farlo. L’aveva cercata. Le aveva detto dei suoi desideri che lo tormentavano. E lei non aveva riso e gli aveva promesso una cosa. Lo aveva ma promesso, ma poi era successo dell’altro. Ma no, non era possibile: questa cosa l’aveva sognata e poi s’era svegliato come se avesse attraversato l’inferno. Ma ora lei gli stava parlando agitando la massa di quei riccioli.
- Voglio ucciderlo sai? E se mi aiuterai farò di te quello che tu desideri.
Gli venivano in mente pensieri confusi e disarticolati. Arianna. Cosa aveva fatto Arianna?
- E’ stata colpa sua, tutta colpa sua...
Stava sognando, un sogno confuso. Ma non ci volle molto a capire che non sognava affatto.
- Ehi signore, ma che modi…
Aveva quasi travolto una tizia minuta con in mano le borse della spesa… Arianna gli sfiorava la mano. Era fredda la sua mano.
- Ma a cosa pensi Tin?
Non lo sapeva cosa pensava e stavano entrando in una grande casa… Gli pareva somigliasse al posto dove c’era stata la cerimonia con gli altri sottomessi. Oh, gli altri. Dov’erano gli altri? E dov’era Nathalie? Eppure gli pareva che non si fosse mai allontanata.

***

Un fuoco acceso ed un tappeto scuro.
- Mi ubbidirai come hai sempre desiderato, Tin...
Si rese conto in un attimo di essere lì. Ma non era solo lì. Incredibilmente era anche in altro posto. Arianna era vicino a lui. E un attimo dopo sopra di lui.
- C’è un incendio Tin…Le fiamme dentro e fuori di te...
Il ritmo degli Stones.

...Now take it kinda slow

Harlem Shuffle.

with a whole lotta soul...

In ginocchio davanti a lei. Le mani a cercare le sue.
- Ho voglia di guardarti mentre mi adori, Tin… Voglia di toccarmi mentre lo fai, Tin…
Oh si, l’aveva sempre desiderato. Arianna. Il suo odore penetrante.

***

Ma poi era in un altro posto. Correva in una strada deserta a notte fonda ed Arianna gli teneva la mano. Nell’altra lui reggeva qualcosa di pesante.
- Sbrigati Tin , non c’è molto tempo, sbrigati…

***

La stanza con il tappeto scuro, il fuoco acceso. Arianna in bilico sulla tastiera chiusa di un pianoforte dondolava la gamba. Il sorriso che aveva sulle labbra gli ricordò per un attimo un quadro visto poco tempo prima. Aveva scarpe di vernice dai tacchi vertiginosi e calze nere ricamate.

…Now take it kinda slow
with a whole lotta soul…

La sua voce con i toni vagamente cupi.
- Chiedimi di distruggerti Tin, chiedilo…
Non aprì bocca, ma seppe che lo stava facendo. Chinò la testa fino alle sue scarpe di vernice.
- Chiedilo ancora Tin, chiedilo…
Lo chiese e gli parve di pregare.

***

Ma ormai era di nuovo lontano, da un’altra parte. Correndo insieme a lei. Le strade della città quella notte parevano deserte. Poi si riempivano all’improvviso. Giusto ai crocevia, dove la strade formavano una croce perfetta: allora sbucavano gruppi di gente. Non poteva fermarsi a guardarli bene, non poteva interrompere la corsa. Quindi non era sicuro di quello che intravedeva: però gli pareva che tutti quegli individui avessero qualcosa di sbilenco. Però tutti parevano conoscere Aranna. La chiamavano, la salutavano. Ad alta voce, anche se intorno il silenzio rimaneva perfetto. Era come se ci fosse una festa straordinaria e silenziosa. Ma solo dove le strade formavano il segno della croce. Lì c’erano folle di gente tutte ansiose di raggiungere quella festa. E felici di ritrovare Arianna. Gli sembrò di riconoscere il viso di qualcuno o almeno la somiglianza. Norina del banco del lotto, Michele, il postino: impossibile erano entrambi morti… Ma non c’era tempo di pensare. Non c’era tempo per niente. Erano sbucati in un piccolo slargo: c’era l’insegna di un albergo. C’erano bidoni d’immondizia pieni, il miagolio di un gatto bianco latte che frugava tra le cose. La porta laterale era socchiusa, le luci spente. Prendeva le scale d’emergenza deserte.

***

Ma poi di nuovo sul tappeto scuro e la voce di Arianna intorno.
- Chiedilo ancora, Tin…

Yeah, yeah, yeah, shake
a tail feather, baby

Si ritrovò senza più nulla addosso ed Arianna in piedi sul suo corpo. Danzava su di lui al ritmo ossessivo degli Stones. Il dolore non aveva il tempo di fermarsi in un punto preciso del suo corpo. Era dovunque. Sorgeva da ogni lato come mille bocche di un vulcano che si schiudono...
- Chiedilo, chiedilo Tin…
In piedi su di lui Alina cominciava a sfilare una calza.

***

Ma quella era già solo un’idea. Lui era già altrove… Davanti ad una camera d’albergo. Numero 77. Le luci nel corridoio erano fioche. Seppe che la porta non era chiusa a chiave.

Yeah, like your mother
told you how…

Di nuovo sul tappeto. Le sue labbra a stringere la punta della calza di Arianna, a tirarla lentamente. Il suo peso su di lui…
- Chiedilo Tin, chiedimi di distruggerti Tin...
Gli pareva che non ce l’avrebbe fatta a sostenerla, ad ubbidirle. Ed invece sì.

***

Ma già non c’era più… Era nella stanza d’albergo. Il buio assoluto. sentì il respiro irregolare di qualcuno. Distinse i contorni di un letto matrimoniale. La voce di Arianna: ma era quasi come se fosse un coro pieno di echi.
- Fallo Tin, fallo…
- Fallo per me gattina…
- Non avrai paura di farlo?…
Si guardò le mani e scoprì finalmente cosa portava. Stava reggendo una tanica: la aprì ed intorno si diffuse l’odore acre della benzina. Gli pareva che tutte le persone che avevano incontrato per strada ora fossero lì a guardarlo... A spingerlo.
- Fallo Tin, fallo…
Non posso farlo, non è possibile…
- Fallo per me gattina…
- Fallo Tin, fallo…
Era un’eco senza fine che gli girava intorno. Seppe che era stato scelto per questo. Le sue esitazioni sparirono. Versò il liquido con lenti ed accurati, come sapeva che avrebbe dovuto essere fatto. Sparse l’infiammante sul letto matrimoniale. Ma non completamente. Solo a metà. Poi gli diede fuoco. D’improvviso scorse il viso di un uomo che spalancava gli occhi…

***

Il fuoco scoppiettava nella stanza dal tappeto scuro e le calze di Ariane rimanevano sospese nell’aria. Lo smalto delle sue unghie era nero. Respirò l’odore dolce di lei. L’odore che aveva desiderato da sempre.

Un attimo può essere
lungo come l’eternità.
Un attimo di desiderio
è tutti i colori dell’universo.

I versi. Ecco perché gli parevano tanto familiari. La canzone nella lingua di Ninive. Ora capiva perfettamente tutte le parole...
- La lingua tra le dita, Tin. Fallo. Ora lo puoi. Fallo Tin.
Lo fece, senza esitare.

***

Ma era nella già stanza d’albergo e il fuoco divampava: l’uomo tra le lenzuola che bruciavano aveva gli occhi spalancati. Scagliò su di lui quel che rimaneva della benzina con la precisione di un lanciatore di coltelli. La vita e la morte. Lo sentì urlare. Urla di disperazione. Sconfinata. Vide che in quel fuoco c’erano i lineamenti di una donna. Le lingue di quelle fiamme avevano la forma dei capelli di Arianna…

***

Ed era ormai lontano. Qualcun altro gridava e quelle grida gli parve che fossero ancora più disperate. Apprese che era un altro dei sottomessi che se ne andava.

Un attimo di dolore
è una voragine senza fondo.

Non era stato in grado di ubbidire alla sua Signora. Condannato. In attesa della pietà della Signora. La liberazione della morte.
- Non smettere Tin…
Arianna era felice. Nathalie era felice.

2
Alina era stanca. Si era svegliata prestissimo: era uscita inquieta alle prime luci dell’alba… E l’aspettava un’altra serie di cose incomprensibili. Un incendio furioso aveva distrutto la camera di un albergo ed ucciso un uomo... Inspiegabilmente era bruciato un letto. Forse la persona che dormiva in quel letto si era addormentato fumando. Un cameriere aveva riferito che gli pareva non fumasse. E tutti i testimoni avevano riferito che intorno c’era un forte odore di benzina. Comunque era incredibile come l’incendio non si fosse propagato. Dai documenti risultava che l’uomo perito nell’incendio era un ufficiale della marina, di passaggio a Venezia.

***

Più tardi ebbe notizie di Tiziano Ferri. Anzi più che notizie, foto. Qualcuno aveva scattato delle foto a Ferri nella stanza d’albergo dove s’era sviluppato l’incendio. Lo ritraevano in piedi con una espressione stranita, meglio, ad occhi chiusi. In mano reggeva una tanica di benzina. Luminoso: nonostante fosse buio pesto intorno. Completamente nudo. Accanto a lui c’era una donna ed un agente l’aveva riconosciuta. Ma quando venne a riferirle pareva a disagio. Poi disse che chiamava Arianna Nider ed era stata un’ attrice... Le venne naturale chiedergli il perché di “era”.. Alla sua risposta dovette fare uno sforzo per trattenersi. Semplice: aveva detto era perché quella donna non c’era più. Morta nell’incendio di un capannone. Diversi anni prima. Un incendio che secondo illazioni era stato appiccato proprio dal capitano trovato morto nella stanza d’albergo. Ma la cosa non era stata mai provata. Si limitò a rivolgere all’agente un’occhiata furiosa. Non tollerava quel genere di scherzi su argomenti così delicati. L’agente finì di parlare e lei neppure lo ringraziò. Se ne pentì un attimo dopo: forse era stata troppo brusca. Forse. Ma riferire delle cose così a lei, una funzionaria dello stato razionalista. Cosa diavolo stava accadendo? Le notizie raccolte su Ferri parlavano di una persona timida e riservata. Eppure quello era stato l’umo che aveva visto nel suo sogno: il suo visitatore notturno. Anche quella era una visione razionalista. Si era presentato il giovanotto che le avevano segnalato dalla centrale. Il tipo strambo che chiedeva notizie di Ferri ed aveva dichiarato di chiamarsi Amos Attina.
- Di cosa si occupa, signor Attina?
- Sono un singer...
Lo scrutò con attenzione, lui accennò un sorriso.
- ...scusi: cantante, in un gruppo rock. E studio archeologia...
Secondo il signor Amos Tiziano Ferri non era sparito. Si era solo trasferito in una dimensione parallela. Era mancato poco che non lo avessero arrestato. Ma lei lo ascoltò con attenzione.

***

Le si accumulavano sulla scrivania le denunce di uomini scomparsi in punti diversi dell’Europa. Aveva chiesto questo controllo alla centrale e l’avevano accontentata. Molte di quelle sparizioni avevano una cosa in comune. Sembrava che una frotta di quegli scomparsi fosse diretta a Venezia: non un esercito, ma almeno una decina. Sospirò.

***

Un tentativo di suicidio. Un uomo si era lanciato da un palazzo nel cuore della notte. Incredibilmente non era morto. Anche se le ferite che aveva su tutto il corpo erano tali da impedirgli di vivere. Soprattutto per l’età apparente che mostrava: non aveva documenti, ma ai primi esami pareva essere ultracentenario. Per questo particolare l’avevano consultata e lei s’era messa in allarme. Aveva sentito il bisogno irresistibile di andare a trovarlo in ospedale prima possibile. Senza sapersi spiegare il perché. Appena si era trovata davanti a lui era rimasta senza fiato. Era senza dubbio l’uomo più vecchio che avesse mai visto. Le ferite che si era procurato lanciandosi nel vuoto erano malamente occultate dalle bende che gli fasciavano tutto il corpo. Ma appena gli fu vicino vide i suoi occhi che si spalancarono: la stava fissando. Lo vide passare dalla disperazione alla sorpresa. Fino alla speranza. Le stava chiedendo qualcosa. Provò una sensazione indescrivibile. Se avesse dovuto azzardare una spiegazione avrebbe dovuto chiamarla una variazione sul tema dell’amore. L’amore? Quale? Nessuno era stato mai capace di regalare un desiderio d’amore ad Alina. Qualcuno aveva detto di amarla. Sfiorò la mano dell’uomo che la guardava. Gli sorrise.

Un attimo di desiderio
è tutti i colori dell’universo.

Vide i suoi occhi che si richiudevano.

***

Era scappata via confusa. Poche ore dopo una telefonata dall’ospedale le comunicava che l’uomo era morto. Ma adesso non era per niente vecchio. Le dissero che doveva avere non più di trent’anni ed era uno degli scomparsi da casa apparentemente diretti a Venezia. Da quanto si sapeva doveva essersi dileguato esattamente nello stesso giorno in cui era sparito Tiziano Ferri. Ma era improbabile che si conoscessero. Era un ungherese e non risultava essere mai stato in Italia. Ma tutto poteva accadere. In realtà era un’altra la cosa che la turbava. L’idea che lei c’entrasse in qualche modo con quella morte.

***

Tiziano aveva ritrovato i suoi abiti. Ora si muoveva in un corridoio quasi buio. Nathalie. Arianna. A volte non sapeva distinguere più le differenze tra di loro. Aveva sentito voci, lamenti. Altri sottomessi si perdevano. Sparivano… Poi il silenzio. Cominciò a pensare di essere rimasto da solo. Un attimo dopo ne fu sicuro.
- Devo andare Tin…

***

Alina non aspettava visite quando le annunciarono la persona che sosteneva di avere l’assoluta necessità di parlarle. Tutti avevano questa necessità... I parenti degli scomparsi. I giornalisti che avevano cominciato a sospettare che stesse succedendo qualcosa. Poi le comparve davanti. Era una donna minuscola con degli incredibili occhi viola. Le prese la mano e gliela strinse. Poi cominciò a parlarle.

- Lo sapevo che saresti venuta, sai?
Alina sentì che si stava smarrendo. Tutte le sue sicurezze razionali svanivano. Quel mondo dove i colori diventavano invadenti e la rendevano inquieta era adesso lì, accanto a lei.

***

Sentì la sua voce che si rivolgeva a quella sconosciuta dagli occhi viola.
- Chi sei tu?
- Io sono soltanto una custode. Tu sei la Signora…
Lentamente cominciò a raccontarle. E poi le parlò di Ninive e di uno specchio sospeso tra il cielo e la terra. Dell’attesa di secoli. Man mano che la ascoltava Alina ritrovava qualcosa che le sembrò di aver conosciuto da sempre... Scivolò indietro alla sua infanzia felice. Poi la rivelazione di essere adottiva. La fuga. Il ritorno, le lacrime. Una storia come un romanzo. La scatola da cucito nel giardino di casa... I suoi genitori, vagabondi da una città all’altra, per non rischiare di perderla. La grande casa in mezzo alla campagna. La solitudine e la musica. I sogni. E le altre cose. I desideri ricorrenti che nascondeva in fondo e ritrovava nei sogni dai colori inquietanti. La voglia inconfessabile, fin da bambina. Il corpo nudo di un uomo. Il suo passo sicuro a sentirne la carne. A cercare gli occhi che la guardassero mentre lo faceva. - Alina, Alina..dove sei?- Inconfessabili sogni e paure. Un uomo da desiderare.

Un attimo di desiderio
è tutti i colori dell’universo.

I suoi disegni. Aveva una mano straordinaria per il disegno. Ritraeva sicura quei corpi nudi e imperfetti ed un piede che li calpestava. Il suo. Le meravigliose scarpe inventate nei suoi disegni avrebbero reso felice qualsiasi stilista. Invece restavano nascoste negli angoli più segreti dove poteva riporle. Si aspettavano che scegliesse il disegno per la sua vita. Invece aveva preferito un lavoro molto diverso. Solo per scoprire da dove era arrivata una bambina lasciata in una scatola da cucito in giardino. Lei. –Alina, dove sei?- I corpi nudi, i suoi desideri. Gli uomini che la desideravano e che lei teneva lontani. Poi… Quasi per caso alla fine di una manifestazione. Tornava a casa e c’era un ragazzino moro ad incollare manifesti bellicosi sul muro. Pomeriggio tardo. Nessuno in giro, c’era una partita in tv, sentiva la voce del telecronista. Aveva appena finito di piovere. Lo aveva inseguito senza neppure sapere perché... Lo aveva visto infilarsi nei vicoli delle case pericolanti. Quel giorno indossava mocassini di pelle lucida sulla pelle nuda. Ora le facevano male quando correva. Non pensava che sarebbe dovuta uscire lei per la manifestazione. I loro passi risuonavano nella strada. Rischiò di cadere, quasi le si sradicò un tacco. Un uomo nascosto da una finestrina bassa mangiava una mela e lasciava cadere i resti in strada…Lo maledisse evitando per un pelo la caduta. Dov’era finito il ragazzino. Lo scorse quando ormai pensava di averlo perduto. Senza un perché le dispiaceva da morire perderlo. Eppure non era molto importante. Solo manifestini. I soliti. Lo prese che s’infilava in un portone. Lui scivolò, cadde mentre la porta si richiudeva con un colpo secco. C’era fresco lì dentro, lei quasi senza pensarci gli poggiò il piede sul collo. Lui si voltò e di colpo non si mosse più. Lo vide. Era un bel ragazzo dal naso pronunciato. Si sentì più tranquilla e sfilò la scarpa dal tacco sfasciato. Allora lui la guardò fissa. Un attimo e le aveva baciato il piede nudo. Stava dicendo qualcosa. Cosa? Lentamente cominciò a leccare tra le sue dita accaldate.. L’aveva lasciato fare, turbata. – Alina cosa fai?- Senza sapere quale forza la stesse guidando era salita su di lui. Lo aveva calpestato. Poteva sentire il suo cuore che andava su e giù, sotto di lei. Il ragazzo moro si spostava con lei per non smettere di passare la lingua tra le sue dita. Di sicuro gli diceva qualcosa, ma quando ci ripensava le pareva che intorno ci fosse solo il silenzio: qualche goccia di pioggia dalla grondaia e la voce dalle tv accese. Ma anche il cuore di Alina era impazzito. E non solo il cuore. I piedi nella sua bocca, gli umori tra le sue dita cercati dalla sua lingua. Mille e mille respiri che venivano da chissà dove. La camicia di cotone a quadri s’era spostata e mostrava un lembo di pelle nuda. Infilò il piede calzato in quello spazio. Un bottone saltò. La pelle chiara. Provò la pressione della sua scarpa e un attimo dopo guardò i segni. Una musica. Provò ancora ed ancora. Non perdeva mai di vista la sua faccia. Lo sentì ansimare, ma forse era lei stessa che lo faceva. Il suo dolore. Fece un passo indietro. Sentì il sesso sotto il suo piede calzato. Sfilò la scarpa. Aumentò la pressione. Una canzone lontana in una lingua sconosciuta. Lo sentì ansimare più forte, sempre di più. La camicia ormai aperta e senza più bottoni. I segni sulla pelle. Il fuoco dentro di lei.

Un attimo di desiderio
è tutti i colori dell’universo.

Non ebbe bisogno di toccarsi. – Alina cosa fai?- La musica. Al rumore di passi nelle strada l’aveva tirato su per i capelli. Si erano guardati dritti negli occhi. Il loro segreto. Avrebbe voluto baciarlo, ma non lo fece. Non avrebbe più scordato quello sguardo. L’aveva lasciato andare.. D’improvviso lui s’era fermato e aveva scarabocchiato qualcosa... Doveva essere un indirizzo con tutte quelle http e le righe //. Conosceva un po’ di informatica. Poi sotto “X- spray”. Solo più tardi avrebbe capito che era il suo nickname. Chiese di essere trasferita, non voleva rischiare di incontrarlo ancora. Ma attraverso X-spray aveva scoperto un’altra faccia della rete. I suoi invisibili amici. Aveva letto la storia del loro incontro. Era un resoconto delicato, l’inseguimento, la poliziotta che danzava sul suo corpo. L’odore del paradiso... Pubblicato laggiù, in quella che chiamavano la Valle.. Aveva deciso che forse loro avrebbero capito le sue opere con la matita. Fu così. Adoravano i suoi disegni ed adoravano lei. L’avevano eletta regina. Avessero saputo del suo lavoro, di lei. Ma ora tutto ritrovava un senso, come il sogno dei corpi nudi da calpestare. Anche le sue origini. Nel racconto della custode vide la zingara scura che l’aveva deposta nel giardino di casa. Aveva la pelle come le donne di Ninive e gli occhi come le sue notti colorate. Il dolore nello sguardo, forse per averla abbandonata in quel giardino. – Alina, dove sei?- Ma non poteva fare altro: diverso era il suo destino.
- Sono pronta, adesso…

3
-Cosa accade Arianna? Cosa Signora?
Aveva visto lo sguardo di lei riempirsi di orrore e nei suoi occhi dipingersi una paura sconfinata. Sentì il suo freddo.
- Oh, Tin…
Arianna era sparita. Quelli erano i lineamenti di Nathalie. La Signora. Aveva quasi dimenticato quanto fosse bella la sua Signora.
- Mi desideri ancora, gattina?
Era inginocchiato ai suoi piedi. Osò alzare gli occhi.
- Certo mia Signora…
Lei gli prese i capelli e li tirò. Ma senza violenza.
- Devi saperlo. E’ accaduto qualcosa. Io non sono più nulla...
Non aveva mai sentito un tono di voce più disperato. Mai. Aveva lo stesso suono delle urla dei sottomessi che si staccavano. C’era qualcosa che superava la sua comprensione umana. I suoi occhi sembravano sospesi in un universo parallelo. Alternativo. Doveva aver sbagliato qualcosa. Ma quando? La guardò stupito.
- Mia Signora, ti ho deluso? Ho mancato? non ho superato le prove?
- Oh si, si che le hai superate… Ma non per me…
Solo poche volte qualcuna delle Signore ricordava l’essenza di un rapporto con il sottomesso. Un rapporto di desiderio. D’amore. Senza comprendere lui capì. La sua lingua sfiorò delicatamente l’interno delle dita dei piedi della sua Signora. Un attimo dopo, in ginocchio, raccolse qualcosa e lo porse a lei. Gambi di rose ed ortica tenuti insieme dal laccio che aveva tenuto legato al suo sesso. Lei lo spogliò lentamente. Ogni lembo della sua pelle che veniva scoperto lo accarezzava con la sua lingua e poi con i morsi sottili. Le sue unghie penetranti. Il fruscio. Il dolore. Le spine dentro la sua pelle. Il desiderio. La amò come non l’aveva mai amata.
- Ora fallo gattina, fallo…
Lo lesse nei suoi pensieri. Un colpo deciso. Un attimo dopo il pugnale comparve tra le mani di Nathalie. Il simbolo ricamato sulla lama a lettere d’oro. I due 7 ad incorniciare la S.
- Liberami gattina, ti prego…
Non capiva completamente, ma c’era un comando disperato in quelle parole.
- Cosa sarà di te Mia Signora?
Per un attimo gli parve che tutt’intorno si fosse fatto buio.
- Di me? Io sarò parte di te, gattina. Parte di tutto quello che tu proverai in ogni momento della tua vita e dopo…
Lo strinse forte. Sentì l’orgasmo che lo scuoteva come una tempesta: le unghie di Nathalie piantate nella sua schiena.

Un attimo può essere
lungo come l’eternità

Un colpo deciso. Le baciò la bocca, ancora, sfiorò quel collo luminoso.

Un attimo di dolore
è una voragine senza fondo

La canzone di Ninive. Il sapore del sangue tiepido. Il sonno.

***

Tiziano Ferri si svegliò ad uno scarto del treno. Gli parve di aver perso la cognizione del tempo. Si guardò attorno. Si rese conto di non sapere dove stesse andando. Si alzò. Il treno era quasi vuoto. Il sole stava tramontando su di una campagna dai colori d’autunno. Dalla parte opposta dello scompartimento vide una giovane donna che si era alzata e gli veniva incontro. Aveva capelli scuri ed occhi nascosti dalle lenti da sole. Avanzavano l’uno verso l’altro. Gli parve di averla già vista. Forse l’aveva sognata. Una turista dai capelli bianchi spruzzati di prugna li guardava.
- Venice? Venice the next?
Si era svegliata in quel momento e gli stava domandando qualcosa. Lui invece guardava di fronte. La giovane donna era ormai davanti a lui. Toglieva gli occhiali.
- Venice? The next?
La voce stridula della turista non riusciva a distrarlo dallo sguardo della sconosciuta. Poi quegli occhi profondi, gli regalarono la comprensione. D’improvviso. Trovò persino il tempo di rivolgersi alla turista dai capelli di prugna e farle cenno di si. Venice, si, prossima fermata del treno. Ma già si perdeva nello sguardo della sconosciuta dai lineamenti vagamente gitani. Le parlò.
- Devo aver perso l’orientamento mentre dormivo, sa? E lei in qualche modo me l’ha ricordato...
Lei sorrise, ma solo per un attimo. Si spostarono.
- E’ capitato anche a me, proprio adesso…mi sono svegliata e non ricordavo dov’ero...
Qualcosa in quella donna lo turbava profondamente. Forse davvero l’aveva sognata. E poi gli parve di ricordare la ragione del viaggio. Gli venne l’idea che fosse lei la ragione. La sconosciuta che gli stava di fronte.
- Forse l’ha ricordato a me. Forse ha ritrovato un disperso...
Aveva provato a scherzare. Lei non sorrise.
- E’ lei il disperso? L’hanno già reclamata? Lo sa che quel che non viene reclamato. appartiene a chi lo ritrova?

Un attimo di dolore
è una voragine senza fondo

Lo guardò intensamente. Erano nel vagone ristorante. Non c’era nessuno intorno. Senza esitare si inginocchiò davanti a lei e le baciò la punta degli stivali di camoscio. Lei gli sfiorò la fronte. La sollevò.
- Baciami ora, baciami per sempre...

Un attimo di desiderio
è tutti i colori dell’universo

Non ne conosceva il perché, ma era il suo destino. Dall’eternità.
- Lo so, Mia Signora…
***

Un’ora dopo il treno era a Venezia. Alina, dai lineamenti di gitana, camminava un passo dietro di lui. Una ragazza dai capelli tinti di blue le veniva incontro. Poteva avere vent’anni o poco più. Nei suoi occhi c’era dolore. Una pena indefinibile. Guardò Alina.
- Io appartengo a Te, Signora.
Lei non si stupì. Le sfiorò solo i capelli.
- Si Emanuela, ti aspettavo.
Le sorrise e lei baciò la sua mano aperta. Emanuela? Ricordava qualcosa, ma non gli riusciva di mettere a fuoco... C’era un vento leggero quella sera a Venezia. E lamenti nascosti tra gli angoli delle strade. La signora dai capelli di prugna si guardava intorno. Forse la bottiglia che spuntava dalla borsa c’entrava qualcosa con la sua voce stridula.
- Venice? Venice?
Qualcuno fece cenno di si con il capo. Venice, oui, madame. Un gentiluomo vestito di bianco. Un gentiluomo travestito da Cupido a fissare una dama ingioiellata. Un gentiluomo da pochi soldi. Venice, oui.
- Meravigliosa Venice in un pomeriggio di mezzo autunno, madame.
Si allontanarono svelti. Le chiavi della libertà: senza farne una copia di ricambio.

Un attimo di desiderio
è tutti i colori dell’universo

Emanuela baciò l’anello della Signora. Una gemma dai simboli nitidissimi.
Letto 3413 volte Ultima modifica il Mercoledì, 23 Maggio 2012 12:45
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