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Martedì, 06 Ottobre 2009 13:32

Mara

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Prologo:

Era molto tempo che ci provavano, ma alla fine c’erano riuscite e mi avevano convinto.
In una società in cui gli zerbini umani erano di uso quotidiano per le donne, io vagavo per il mondo per lo più come pochissimi altri uomini, quasi come un uomo libero.
Nelle poche occasioni in cui uscivo di casa, a volte provavo un po’ di compassione per quei tappeti umani a lungo calpestati e usati da migliaia di donne, ma avevo da tempo capito che l’unico modo per rimanere nel mio stato era uscire il meno possibile.... ed era esattamente quello che facevo.
Avevo alcune amiche, ma molto raramente quando le andavo a trovare avevo a che fare con i loro tappeti umani. Diciamo chiaramente che avevo vissuto per lo più, fino a quel momento, come in una realtà sospesa...
... sottomesso sì alle donne, ma tutto sommato senza subire quello che di norma pativano i loro tappeti umani.
A queste mie amiche, le volte che andavo a trovarle, spesse avevo dovuto massaggiare i piedi... anche lungamente... ma il nostro era quasi un rapporto alla pari... pur con un certo innegabile grado di sottomissione. Uhm, ma così va il mondo, almeno di questi tempi, no?
Comunque tutto questo era durato fino a che Mara si era trovata senza il suo tappeto umano.
Lei... 28 anni, alta, bionda, un gran bel fisico, poco seno ma tutto molto ben proporzionato: una bella ragazza, insomma... Era una delle mie amiche speciali, una delle poche persone, tutte donne, con cui avevo contatti umani. Era pure la mia confidente e con lei passavo molte ore piacevoli quando ci vedevamo. A dirla tutta, nel passato avevo anche avuto con lei una breve ma intensa storia di sesso che non era durata, secondo lei, proprio per non compromettere la nostra amicizia. Uhm..
In ogni caso, dal giorno in cui appresi era rimasta senza il suo tappeto umano, i suoi inviti a casa si intensificarono.
Sulle prime non ci badai quasi, anche perché, come al solito, da lei erano presenti altre amiche e nelle occasioni in cui eravamo da soli, si parlava come di tante cose.
Però, goccia a goccia, inziava a sembrarmi che ogni parola, ogni argomento andasse a parare sempre sullo stesso punto: i piedi... E, in particolare, quanto fossero belli i suoi.
Ogni volta che ci vedevamo ero ai suoi piedi o a quelli di una qualche sua amica... massaggiandoli, si parlava. A volte notavo che venivo escluso dai loro discorsi, quasi come se non esistessi... altre volte invece era tutto normale.
Finché in uno di quei giorni, mentre eravamo soli, mi arrivò la domanda diretta...
- Ti piacciono i miei piedi?..
Lo chiese mentre glieli stavo massaggiando.
- Si certo...
Le risposi, così... io senza esitazione
- Sai – – mi manca l’avere un tappeto umano…
Lo diceva iniziando ad accarezzarmi sensualmente il braccio con il piede libero... Trasalii, pur preso dalla piacevolezza di lei che mi carezzava
- Volevo dire- Son almeno 10 anni che ne avevo uno per casa e mi ero abituata, come dire, a non camminare sul nudo pavimento…
Iniziavo a temere dove sarebbe andata a parare la conversazione.
Massaggiavo il suo piede destro mentre il sinistro continuava ad accarezzarmi.
- Sì, insomma ci conosciamo da molto tempo, sai che io non sarei mai cattiva con te…
Il piede sinistro, nudo saliva verso la mia faccia.
- ..se non lo stretto necessario...
Quest’ultima frase la disse con un tono di voce appena intellegibile.
- Insomma, te lo chiedo in modo diretto: vorresti diventare tu, insomma, il mio…tappetino?
Con il piede aveva raggiunto la mia faccia, accarezzandomi.
- Ti farei firmare un contratto di dieci anni, come il precedente tappetino che avevo, vitto alloggio e l’unico obbligo di vivere sotto i miei piedi e di essere sempre a mia disposizione per ogni esigenza. Ma non preoccuparti: con te sarò gentile.
Sottolineò questa frase togliendomi il piede dalla mano e massaggiandomi con molta dolcezza il pene già ‘in stato di agitazione’.
Ero come imbambolato. Sapevo di aver vissuto fino ad allora una vita piuttosto atipica, ma mai avrei pensato che qualcosa avrebbe dovuto cambiarla.
Lavoravo in casa, uscivo pochissimo, mi piacevano i piedi, mi piaceva massaggiarli, ma non avevo mai pensato seriamente di doverci un giorno vivere sotto.
Non risposi quel giorno e la conversazione scivolò verso altri lidi.
Nel periodo successivo, le visite in casa sua divennero quasi quotidiane... Naturalmente con me sempre impegnato a massaggiare i suoi piedi o quelli di una qualche sua amica presente.
Non mi ripeté più in modo diretto la domanda ma molto spesso lanciava battute e frasi che facevano sottintendere quasi che vivere sotto i suoi piedi sarebbe stato per me necessario e che quello in fondo in fondo fosse il mio unico destino.
Provai solo una volta a chiederle come mai si fosse liberata del tappeto precedente.
Fece una smorfia vaga e si limitò a dire che aveva voglia di cambiare...
Intanto le carezze si sprecavano...come i complimenti per come massaggiavo bene i piedi.
E fu così che presi la decisione: in fondo, cosa sarebbe cambiato se l'avessi accontentata? E poi, per dirla tutta, meglio lei che un'altra... E il rischio che mi piombasse tra capo e collo una padrona sconosciuta è sempre dietro l'angolo nella nostra società, vi pare?.
In ogni caso, firmai il contratto...
... e scoprii il senso del detto che "il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi" .. perchè da quel giorno la mia vita cambiò in modo radicale.
Per sempre.



Primo giorno-educazione:

Impacchettai le mie poche cose per trasferirmi a casa di Mara. Prima però c’era da informare la padrona di casa. La incontrai nell’androne, erano le dieci del mattino e aveva evidentemente appena finito di sistemare casa sua. Era una donna alta e bruna, con occhi penetranti e un tono di voce stridulo. Era vedova e non era brutta, anzi, però io preferivo non incontrarla, quando ero di fronte a lei mi faceva sentire a disagio. Quando le dissi di cosa si trattava non mi fece alcuna difficoltà.
- Ti sei deciso finalmente… hai fatto bene, tra poco ti avrei denunciato alla buoncostume..
Capii immediatamente che approvava la scelta che avevo fatto: nella nostra società la condizione di semi libertà non è particolarmente ben vista…
- Oh…Non preoccuparti, vedrai che tutte le procedure burocratiche saranno espletate in un lampo.
Le brillavano gli occhi mentre le mostravo il contratto che per dieci anni costringeva la mia vita sotto i piedi di Mara.
- E così sei diventato ufficialmente uno schiavo, eh?
Mi fece entrare dentro casa sua per espletare le formalità… poi non esitò a chiamare la mia padrona per congratularsi. E lì cominciai a comprendere quanto sarebbe cambiata la mia vita. Mara infatti dovette autorizzare la mai ex affittuaria a servirsi di me.
- Si, si, certo…. un pedicure di saluto… non preoccuparti, sono sicura che comincerà ad imparare… Mentre ancora era al telefono mi fece segno di sdraiarmi sul pavimento davanti a lei. Si sfilò lentamente pantofole da lavoro ad un millimetro dal mio naso e cominciò a sghignazzare come una matta quando l’odore mi inondò come una piena….
…inutile stare a spiegare che i piedacci di quella signora se ne stettero in ammollo nella mia bocca per un bel pezzo… e che lei non esitò a condire di ogni genere di offese il mio lavoro… Ma ogni cosa prima o poi finisce e così… con una pedata in faccia la mia ex affittuaria mi congedò,
promettendomi che prima o poi sarebbe tornata per aggiornarmi sugli effluvi dei suoi piedi..…
Era quasi mezzogiorno e Mara lavorava fuori casa… sapevo per certo che per almeno nove ore al giorno non sarebbe stata in casa. In quel tempo contavo di ‘prendere il fiato’: avevo nove ore di tempo, per abituarmi alla mia nuova vita. Certo le ore si erano ridotte, dopo il laborioso servizio effettuato alla mia ex affittuaria…
Ma rimasi sorpreso quando giunto a casa sua lei era lì: forse aveva il turno pomeridiano, forse avevo comunque qualche ora per abituarmi…, ma intanto, come istruito in precedenza, mi chinai a baciarle i piedi, appoggiando in terra i miei borsoni.
- Benvenuto, tappetino. Vai a posare le tue cose nella tua camera e torna di qua… subito. Posai le borse e la raggiunsi. Era sdraiata sul sofà, i piedi in alto sul bracciolo, nudi.
- Mettiti in ginocchio.
Mi inginocchiai di lato, vicino ai suoi piedi.
- E’ ora che tu faccia una migliore conoscenza dei miei piedi, visto che da oggi in poi passerai la maggior parte del tuo tempo lì sotto..
Non risposi, limitandomi a guardare i suoi piedi.
- Hai mai leccato un piede?
- Be…in verità sì….ehm…. se ricordi, ehm… qualche anno fa abbiamo avuto…
Non riuscii a terminare la frase… una pedata, non molto forte ma inaspettata, mi raggiunse sullo zigomo sinistro.
- Non menzionare mai più quella storia. Dimenticala. Ed ora inizia a leccarmi i piedi.
Scoccavano le dodici: indossava decolté chiuse con il tacco… se aveva il turno pomeridiano tra un po’ lei sarebbe dovuta uscir di casa per andare a lavorare.
Comunque iniziai ad eseguire questo suo primo ordine.
Sfilate le scarpe lentamente la mia lingua uscì dalla bocca e prese ad assaggiare il sudore sotto le dita dei suoi piedi. Era la prima volta che mi capitava di assaggiare quel piede che tante volte avevo massaggiato dopo una mezza giornata in una scarpina chiusa.. Ma d’altra parte prima non ero un tappetino…
Mara aveva un 39 molto bello, pianta arcuata, dita affusolate ma non troppo lunghe, una pelle liscia sulla quale notai un po’ di pelle dura, forse per lo sfregare delle scarpe col tacco che normalmente indossava al lavoro. E che le avevo appena sfilato..
Iniziai a lavorare sotto la pianta con lentezza e decisione facendo entrare in me il suo aroma intenso… ..dalla sua espressione, capii che stavo facendo bene, o almeno così dava ad intendere. Nal frattempo l’altro piede restava calzato e il tacco aguzzo ogni tanto si poggiava sul mio collo... …Continuai finché non mi fece cenno di passare con la lingua all’altro.
Andai avanti così per parecchi minuti e mi accorsi che intanto si era quasi alle dodici e trenta.. Mi interruppi un istante per farglielo notare.
E beccai ancora un colpo. In faccia, naturalmente..
- …dovresti sapere che per tutta questa settimana non andrò al lavoro. E’ previsto nel contratto…. ma immagino non lo avrai letto, vero? Si interruppe per guardarmi fisso negli occhi… - Ho il compito di prepararti per la festa di benvenuto di sabato prossimo… possiamo far figuracce con le mie amiche? In un istante compresi che sarebbe stata una lungo pomeriggio e, ancor più, una lunga settimana. - Ah… ti sei divertito con la tua padrona di casa, eh? E’ stato il mio regalo d’iniziazione…
Ridacchiò…
- Io ne ho profittato per fare due passi in centro…. Adesso stenditi vicino al muro.
Avevo previsto che mi facesse a breve il test di resistenza e mi stesi dove mi aveva indicato.
Sul muro c’era una sbarra, probabilmente si sarebbe retta a quella per potersi equilibrare su di me. Si alzò in piedi, si avvicinò. Mi tastò gli addominali con un piede nudo.
- Reggi?
Poi posizionò un piede sulla pancia, molleggiandosi e quindi salendo. Mi uscì tutta l’aria dai polmoni. Era snella, non mi aspettavo pesasse così tanto.
- Starò ferma qualche minuto, vedi di non morire subito eh?
Non capii se scherzasse o meno, iniziai a sudare, faticando seriamente a respirare. Provai a resistere ma poi iniziai a dimenarmi con le mani per supplicarla di scendere.
Scese, dandomi una forte pedata nello stomaco.
Respirai brevemente, il suo piede nudo fermo sulla mia pancia.
- Stai fermo, sennò dovrò immobilizzarti e la cosa potrebbe piacerti molto poco.
Salì nuovamente da dove era scesa.
Questa volta resistetti di più, finché non iniziò a ondeggiare sulla mia pancia.
Sentivo tutto il peso concentrato sulla punta e di nuovo non riuscii ad evitare di dimenarmi.
- Va bene, lo hai voluto tu…
Scese ed io presi subito a respirare profondamente.
Andò via tornando dopo qualche istante con delle manette.
Mi immobilizzò le mani, assicurando le manette ad un gancio lì vicino.
Fu una sensazione spiacevole, per la prima volta non potevo disporre delle mie mani per potermi difendere.
Appena immobile, prese a colpirmi. Calci nella pancia.
Il mio respiro si fece affaticato, mentre il suo piede nudo mi colpiva.
Quindi salì, dapprima stando immobile e successivamente iniziando di nuovo a ondeggiare. Non potevo difendermi questa volta.
Iniziò a camminare sul mio corpo, avanti e indietro. Senza sosta. I suoi piedi: prima sulla pancia e poi sul mio pene e poi di nuovo sulla pancia, sul costato e poi sulla faccia. Senza sosta.
Il mio respiro faticava ad adattarsi a questo continuo camminare su di me, il dolore iniziava a farsi insistente ad ognuno dei suoi passi,
Camminò su di me molto a lungo, avanti ed indietro. Per quanto provassi a dimenarmi, non potevo certo liberarmi da quei piedi nudi che mi calpestavano.
Prima venne il sudore e poi pian piano le lacrime.
Quando se ne accorse si fermò.
- Cavoli, pochi minuti di tappeto e già piangi? Eh eh…pensa quando tirerò fuori i tacchi allora!
Mi asciugò le lacrime con il piede destro, facendosele poi leccar via, quindi restò ferma sulla pancia.
Riprese a molleggiarsi e poi eseguì un salto.
L’aria mi uscì violenta dai polmoni in un – Uuufff!... ma potei appena riprendermi che saltò di nuovo.E saltò ancora. Ed ancora…Mi guardava inespressiva, cercando di capire quale sarebbe stato il mio punto di rottura, cercando di farmi avvicinare il piu possibile ad esso, senza farlo superare.
- La prossima volta conterai i salti..
Lo disse fermandosi per un istante e asciugando le nuove lacrime che si erano formate nei miei occhi. Poi rincominciò a saltare, e di nuovo il mio respiro divenne affaticato sotto i suoi salti. Finalmente scese dal mio corpo e tornò a stendersi sul sofà. Ripresi a respirare, indolenzito. Non ebbi il tempo di riprendermi che mi sentii trascinare di quel mezzo metro, giusto per trovarmi ai piedi del sofà. Appoggiò i suoi piedi sulla faccia. Respiravo a fatica sotto la nuda pianta dei suoi piedi che coprivano quasi interamente la mia faccia.
- Dovrai anche abituarti all’odore, oltre che al sapore. Per questo ho qua preparato qualcosa per te.
Da un sacchettino a tenuta ermetica, tirò fuori un paio di calze bianche usatissime.
Appena aprì il sacchettino sentii l’odore.
Le indossò e lentamente vidi i suoi piedi ora calzati scendere verso la mia faccia.
- E’ una settimana che le uso, solo per te, non sei contento? Le annuserai fino a che non sarà andato via l’odore. Completamente. Poi le assaggerai.
L’odore era molto forte, cercai di divincolarmi, dimenticando che ero ancora immobilizzato. Con facilità ebbe ragione dei miei movimenti e mi trovai, per quanto mi dimenassi, sempre con il naso sotto le dita dei piedi, dove il sudore si accumula di più..
Mi sentivo come drogato dal loro aroma, ma….vuoi per il sollievo di non esser più calpestato, vuoi per questa strana situazione, mi eccitai.
Se ne accorse.
- Bene - bene, vedo che ti piace stare li sotto eh?
Mi massaggiò la faccia con le sue calze sudate e questa volta non feci nulla per sottrarmi.
- Bravo, meriti un premio. Ti libererò le mani!
Tolse i suoi piedi dalla faccia. Mi girai per seguirli. Lei si inginocchiò vicino a me per liberarmi. Si accorse di questo movimento e, con ironia..
- Tranquillo- tranquillo … tornano subito..
Si sedette di nuovo rimettendomi i piedi calzati in faccia. Le mie mani salirono per accarezzarli. Se li lasciò accarezzare un po’, poi me li tolse dal viso.
- Basta calze per il momento, ora di far di nuovo quattro passi su di te.
…si tolse le calze.
- Ora di un po’ di sana adorazione…baciami i piedi.
Iniziai a baciarli prima sopra e poi sotto sulla pianta e poi sulle dita, un bacio per ogni dito. Anche se avevano provocato dolore e altro ne avrebbero provocato, erano piedi bellissimi e non avrei faticato a passare ore ad adorarli.
- Apri la bocca..
Appena aperta cercò di infilare dentro il piede ma si accorse che per quanto provasse, non riuscivano ad entrare bene tutte le dita.
- Che peccato, hai la bocca un po’ piccola…dovrò farti educare un po’ dalla mia amica Claudia che ha il piede piu largo…ma prima potrei provar io..sennò rischi di farle male…
Si alzò, sentii dei rumori e poi tornò, indossando questa volta degli stivali col tacco. Iniziai ad aver paura, al pensiero di quei tacchi nella mia carne.
- Non preoccuparti…. non ancora per il momento.
Si sedette, accavallando una gamba.
- Prendi in bocca la punta dello stivale, cerca di farla entrare più che puoi..
Mi avvicinai, vedendo che era un po’ a punta ma a pianta larga.
Provai a prenderlo in bocca… ma un pò per lo spessore della suola, un po’ per la maggiore larghezza non ci riuscii.
Lei sospirò…
- Facciamo così…
Prese uno sgabello alto con schienale e lo mise vicino al muro. Si sedette, facendomi cenno di mettermi ai suoi piedi. Non capivo e allora un calcio mi fece comprendere che dovevo allargare le gambe attorno allo sgabello, mettendomi con la schiena al muro.
Appena sedette lei, mi mise la punta dello stivale in bocca, si accomodò meglio e poi facendo leva sulla sbarra sul muro, iniziò a far forza per farla penetrare..
Un dolore intenso agli angoli della bocca. Quello stivale era decisamente troppo grande.. Cercai di divincolarmi nuovamente, ma questa volta ero come immobilizzato col suo stivale che con forza cercava di farsi strada. Non so come, ma riuscii a far uscire la punta dello stivale dalla bocca. Mi girai dall’altra parte.
- Voltati e prendi subito lo stivale in bocca!
Era un ordine perentorio. Dalla mia posizione non riuscivo a vedere la sua faccia, a capire se era arrabbiata o meno. Vedevo solo di lato la punta del suo stivale che voleva entrarmi in bocca e l’altro stivale che cercava di fare in modo che mi girassi. Tentai una resistenza ma lei prese a darmi peste di punta sulle guance e sugli zigomi, cercando di farmi aprire la bocca..
- Guarda che ti faccio male eh?
Voltavo la faccia, cercando di non avere mai la bocca indirizzata verso la punta dello stivale, ma le pedate continuavano, non solo di punta ma anche di pianta. Ora si era un po’ allontanata dal muro. Si fermò un istante, il suo stivale sulla mia spalla.
- Se non la smetti di resistermi, finirai molto male!
Capii che era molto nervosa, ma le sue pedate mi avevano un po’ intontito. Ne arrivarono ancora altre in faccia…. Con mano malferma, riuscii a fermare lo stivale. Fece un po’ di resistenza per liberarlo e continuare a colpire. Ma poi vide invece che mi stavo arrendendo: osservai un secondo in silenzio gli stivali… poi prima un paio di leccate… quindi mi voltai, prendendo in bocca la punta dello stivale. E subito e con violenza iniziò a spingerlo, facendomi sanguinare le labbra e i lati della bocca. Il mio respiro era affannato, in mezzo alle lacrime che uscivano spontaneamente, bagnando quello stivale che voleva entrare.. Cercò di muovere ancora, di farlo entrare di più… ma poi, dopo avere insistito ancora un po’ e con violenza, lo tolse finalmente dalla bocca, alzandosi dallo sgabello. Scivolai lentamente a terra, stordito e umiliato. Spostò lo sgabello ed io scivolai giù Appoggiò lo stivale sul mio torace. Dall’alto mi guardò vittoriosa negli occhi.
- Hai capito, vero, che mi devi sempre ubbidire?
Non risposi, sentendo il tacco che mi penetrava nella carne.Facevo fatica a riconoscere la mia amica Mara, quella che era stata la mia confidente per anni. Ma, evidentemente, quella sarebbe stata la mia vita da ora in poi, per i prossimi dieci anni. Dopo avermi così a lungo torturato con i suoi stivali, mi lasciò qualche istante di respiro. Ripresi lentamente il fiato, riflettendo. Intanto lei si sedette sul sofà, accendendo la tv. Fece cenno di mettermi al mio posto, sotto i suoi piedi, ora nuovamente nudi. Con fatica mi trascinai e mi misi in modo che il torace fosse sotto i suoi piedi. Distrattamente il piede sinistro si mosse sulla mia faccia, l’altro a schiacciare il dolore sulla mia pancia. Riflettei ancora sulla bellezza dei suoi piedi, che sapevano essere così crudeli. Le dita che ora premevano distrattamente sulla mia bocca, prima nello stivale cercavano di entrarci con prepotenza. La pianta liscia ed arcuata, che tanto avevo accarezzato e massaggiato, non aveva risparmiato dolore, camminandomi addosso. E quel tallone che, girandosi si stava quasi stanziando nel mio occhio, prima era affondato, salto dopo salto, nel mio stomaco. Guardò la televisione a lungo, tenendomi nella posizione che da quel momento sarebbe stata la piu naturale. Sotto i suoi piedi. Poi decise che era arrivata ora di pranzo. Si alzò, stirandosi e sbadigliando, in piedi su di me. Fece cenno di seguirla, lo sguardo a terra sui suoi piedi.Mi fece sdraiare vicino alla cucina. Camminandomi addosso preparò il suo pranzo e con un altro cenno mi fece mettere sotto il tavolo mentre lo consumava. Leccai i suoi piedi mentre mangiava. Ogni tanto mi porgeva un pezzo di pane o di cibo: lo metteva tra le dita del piede e poi mi permetteva di mangiarlo. Ubbidivo, pur nel dolore che sentivo ancora agli angoli della bocca. Alla fine del pranzo mi comunicò che avrei dovuto ordinare la cucina e di tornare da lei non appena avessi finito. Mi alzai a fatica da sotto il tavolo. Respirai un attimo, prima appoggiato e poi seduto sulla sedia, prima di rialzarmi. Scossi la testa, intontita ancora per i calci di prima. Quindi mi rialzai e lentamente iniziai a riordinare la cucina.
- Muoviti! Senno’ dovrò punirti Era ricomparsa come d’incanto, per riprendermi dalla lentezza con cui stavo eseguendo il lavoro.
- Scu…scusa…ma sei stata un po’..dura…e sto faticando ad…abituarmi…
Mi guardò un istante, mi sembrò di vedere in lei un leggero velo di compassione ma poi la sua espressione divenne di nuovo dura.
- Non permetterti più di farmi rimostranze…ti sei appena guadagnato una punizione, sia per la lentezza del tuo lavoro che per queste tue lamentele
- Ma non sono…
- Taci! Finisci in fretta e torna di là: ti farò assaggiare per la prima volta i tacchi. E baciami i piedi.
La guardai, per un istante non seppi che fare, mi chinai e le baciai i piedi nudi.
Un calcio.
- Muoviti e poi vieni subito di là..
Cercai di essere veloce e alla fine, con rassegnazione, andai di nuovo da lei.
Seduta sul sofà, indossava sandali argentati col tacco alto.
- Mettiti li sotto..
Mi stesi di nuovo sotto di lei.
Subito appoggiò i suoi sandali su di me, affondando lentamente il tacco nel mio torace. Sentivo sotto il suo splendido piede, il tacco affondare nella carne. Presi a lamentarmi ma non per questo smise di affondare... Sapevo che dovevo sopportare, quello era il mio destino da quel giorno in poi, ma non riuscii a trattenere altre urla.
- Quando arriveranno le mie amiche sabato, dovrai far loro da zerbino all’ingresso. Quindi si accomoderanno e metteranno i loro piedi su di te. Di norma portano sandali, data la stagione, alcune con il tacco alto ed altre no. Dovrai cercare di resistere senza urlare e sperare che una di loro, presa da compassione, si tolga i sandali e rimanga a piedi nudi su di te.
Tremai alla prospettiva, visto che in quel momento bastavano i suoi tacchi a farmi urlare..
- Qualcuna di loro potrebbe volere testare la tua lingua. In questo modo dovrai leccare via lo sporco dalle loro suole, cercando di farle diventare il più pulite possibile.
- Ma…padrona…e se, ahia!, fossero sporche..ahia!...?
- Leccherai lo stesso, cercando di portare via tutto lo sporco. Potresti faticare e metterci del tempo per farlo, ma sarà meglio per te che tu faccia un buon lavoro, sennò potrebbe volere punirti.
Mosse la scarpa verso la mia bocca.
- Vediamo come te la cavi..
Guardai la suola del suo sandalo. Era nera per l’uso quotidiano, un po’ sporca.
- Lecca, vedi di non fartelo ripetere.
Pensai quello che poteva esserci sopra, lo sporco di mille camminate quotidiane. Ma il suo piede era bello sopra la suola e senza far resistenza incominciai a leccare. Il gusto era polveroso e mi prese un conato allo stomaco. Tornai a guardare la sua suola e il suo bellissimo piede. Un altro colpo di lingua, una altro ancora e di nuovo un conato. Scossi la testa per riprendermi, non era di certo soddisfatta, visto che teneva ancora la suola alzata.Allora facendomi forza e trattenendo i conati ripresi a leccare via lo sporco. Andai avanti così, leccando via lo sporco e trattenendo i conati. Mi porse l’altra suola e ripetei la stessa penosa sequenza di leccate e conati. Mi guardò soddisfatta, forse per esser già riuscita a piegarmi ai suoi voleri.
- Bene, meriti un premio.. Mi fece alzare da terra.
- Siediti li.
Mi fece cenno al sofa, vicino a dove era seduta.
- Come premio, puoi massaggiarmi i piedi con le mani
Mi porse i piedi. Ebbi come un ricordo che sembrava lontano, i pomeriggi in cui massaggiandole i piedi, si parlava e si parlava. Ma questa volta lei era zitta ed io massaggiavo, silenzioso. Prese un libro. Ebbi un attimo di stanchezza, seduto quasi normalmente dopo tanto tempo e mi prese la sonnolenza. Una pedata mi riportò al mio dovere, il piede tornò di prepotenza nella mia mano. Leggeva silenziosa ed io massaggiavo, senza parlare né potermi fermare. Non appena accennavo a fermarmi, anche solo per fare un po’ di stretching alle mani, il suo piede mi seguiva, non permettendomi un istante di riposo. Mi rassegnai nuovamente a massaggiarle i piedi senza fermarmi. Passai tanto tempo in questa posizione, persi del tutto la cognizione del tempo che passava Se da una parte provavo sollievo dal non essere calpestato, dall’altra volentieri mi sarei fermato almeno un paio di minuti dal massaggio, visto che le mani e i polsi iniziavano a farmi male. Ma non me lo permetteva, perché appena mi fermavo o arrivava una pedata o i piedi si piantavano nelle mani perché continuassi.
- Massaggia meglio!
Mi ordinò alcune volte. Fu l’unica cosa, con le pedate, a spezzare la monotonia di quell’infinito massaggio. Quindi richiuse finalmente il libro. Mi guardò massaggiare faticosamente i piedi.
- Puoi smettere con le mani. Abbassati e lecca, mentre mi riposo un po’.
Mi inginocchiai, i suoi piedi nudi davanti alla mia faccia. Di nuovo, lentamente presi a leccarle i piedi. Quel lunghissimo pomeriggio finì così, mentre ancora le leccavo i piedi. Si fece leccare soprattutto dove era la pelle dura, per ammorbidirla. La cena fu di nuovo come il pranzo e la sera guardò la tv, tenendomi al mio posto naturale. Sotto i suoi piedi. Erano le otto del mattino, so che lei sarebbe dovuta uscir di casa da lì a breve per andare a lavorare.
Iniziai ad eseguire questo suo primo ordine.
Lentamente la mia lingua uscì dalla bocca e prese ad assaggiare il sudore sotto le dita dei suoi piedi.
Aveva un 39 molto bello, pianta arcuata, dita affusolate ma non troppo lunghe, una pelle liscia sulla quale notai un po’ di pelle dura, forse per lo sfregare delle scarpe col tacco che normalmente indossava al lavoro.
Iniziai a lavorare sotto la pianta con lentezza e decisione facendo entrare in me il suo gusto sudato e, dalla sua espressione, capii che stavo facendo bene, o almeno così dava ad intendere.
Nal frattempo massaggiavo l’altro piede con la mano.
Continuai finché non mi fece cenno di passare con la lingua all’altro.
Andai avanti a leccare parecchi minuti e mi accorsi che intanto si erano fatte le otto e trenta.
Mi interruppi un istante per farglielo notare.
Un’altra pedata mi raggiunse in faccia.
- Non ti interrompere! Dovresti sapere che per tutta questa settimana non andrò al lavoro. E’ previsto nel contratto ma immagino non lo avrai letto, vero? Ho il compito di prepararti per la festa di benvenuto di sabato prossimo e mica posso far figuracce con le mie amiche?
In un istante compresi che sarebbe stata una lunga giornata e, ancor più, una lunga settimana.
- Adesso stenditi vicino al muro.
Avevo previsto che mi facesse a breve il test di resistenza e mi stesi dove mi aveva indicato.
Sul muro c’era una sbarra, probabilmente si sarebbe retta a quella per potersi equlibrare su di me.
Si alzò in piedi, si avvicinò. Mi tastò gli addominali con un piede nudo.
- Reggi?
Poi posizionò un piede sulla pancia, molleggiandosi e quindi salendo.
Mi uscì tutta l’aria dai polmoni.
Era una splendida ragazza e dal corpo snello, non mi aspettavo pesasse così tanto.
- Starò ferma qualche minuto, vedi di non morire subito eh?
Non capii se scherzasse o meno, iniziai a sudare, faticando seriamente a respirare.
Provai a resistere ma poi iniziai a dimenarmi con le mani per supplicarla di scendere.
Scese, dandomi una forte pedata nello stomaco.
Respirai brevemente, il suo piede nudo fermo sulla mia pancia.
- Stai fermo, sennò dovrò immobilizzarti e la cosa potrebbe piacerti molto poco.
Salì nuovamente da dove era scesa.
Questa volta resistetti di più, finché non iniziò a molleggiare sulla mia pancia.
Sentivo tutto il peso concentrato sulla punta e di nuovo non riuscii ad evitare di dimenarmi.
- Va bene, lo hai voluto tu…
Scese ed io presi subito a respirare profondamente.
Andò via tornando dopo qualche istante con delle manette.
Mi immobilizzò le mani, assicurando le manette ad un gancio lì vicino.
Fu una sensazione spiacevole, per la prima volta non potevo disporre delle mie mani per potermi difendere.
Appena immobile, prese a colpirmi con pedate sulla pancia.
Il mio respiro si fece affaticato, mentre il suo bel piede nudo mi colpiva sullo stomaco.
Quindi salì, dapprima stando immobile e successivamente iniziando di nuovo a molleggiarsi.
Non potevo difendermi questa volta.
Iniziò a camminare sul mio corpo, avanti e indietro. Senza sosta. Solo i suoi piedi prima sulla pancia e poi sul mio pene e poi di nuovo sulla pancia, sul costato e poi sulla faccia. Senza sosta.
Il mio respiro faticava ad adattarsi a questo continuo camminare su di me, il dolore inizava a farsi insitente sotto ognuno dei suoi passi,
Camminò su di me molto a lungo, avanti ed indietro.
Per quanto provassi a dimenarmi, non potevo liberarmi da quei piedi nudi che mi calpestavano.
Prima venne il sudore e poi pian piano le lacrime.
Quando se ne accorse si fermò.
- Cavoli, pochi minuti di tappeto e già piangi? Eh eh…pensa quando tirerò fuori i tacchi allora!
Mi asciugò le lacrime con il piede destro, facendosele poi leccar via, quindi restò ferma sulla pancia.
Riprese a molleggiarsi e poi eseguì un salto.
L’aria mi uscì violenta dai polmoni in un – Uuufff!... ma potei appena riprendermi che saltò di nuovo.
E saltò ancora. Ed ancora…
Mi guardava inespressiva, cercando di capire quale sarebbe stato il mio punto di rottura, cercando di farmi avvicinare il piu possibile ad esso, senza farlo superare.
- La prossima volta conterai i salti – mi disse fermandosi per un istante e asciugando le nuove lacrime che si erano formate nei miei occhi.
Rincominciò a saltare, e di nuovo il mio respiro affaticato sotto i suoi salti.
Quindi scese dal mio corpo e tornò a stendersi sul sofà.
Ripresi a respirare, indolenzito.
Non ebbi il tempo di riprendermi che mi sentii trascinare di quel mezzo metro, giusto per trovarmi ai piedi del sofà.
Appoggiò i suoi piedi sulla faccia.
Respiravo a fatica sotto la nuda pianta dei suoi piedi che coprivano quasi interamente la mia faccia.
- Dovrai anche abituarti all’odore, oltre che al sapore. Per questo ho qua preparato qualcosa per te.
Da un sacchettino a tenuta ermetica, tirò fuori un paio di calze bianche usate e sporche.
Appena aprì il sacchettino sentii l’odore.
Le indossò e lentamente vidi i suoi piedi ora calzati scendere verso la mia faccia.
- E’ una settimana che le uso, solo per te, non sei contento? Le annuserai fino a che non sarà andato via l’odore tutto. Poi le assaggerai.
L’odore di sudore era molto forte, cercai di divincolarmi, dimenticando che ero ancora immobilizzato.
Con facilità ebbe ragione dei miei movimenti e mi trovai, per quanto mi dimenassi, sempre con il naso sotto le dita dei piedi, dove il sudore si accumula di più..
Mi sentivo come drogato dal loro odore, tanto che, vuoi per il sollievo di non esser piu calpestato, vuoi per questo strana situazione, mi eccitai.
Se ne accorse.
- Bene bene, vedo che ti piace stare li sotto eh?
Mi massaggiò la faccia con le sue calze sudate e questa volta non feci nulla per sottrarmi.
- Bravo, meriti un premio. Ti libererò le mani!
Tolse i suoi piedi dalla faccia. Mi girai per seguirli. Lei si inginocchiò vicino a me per liberarmi.
Si accorse di questo movimento e, con ironia disse:
- Tranquillo tranquillo che tornano subito
Si sedette di nuovo rimettendomi i piedi calzati in faccia.
Le mie mani salirono per accarezzarli.
Se li lasciò accarezzare un po’, poi me li tolse dalla faccia.
- Basta calze per il momento, ora di far di nuovo quattro passi su di te.
Quindi si tolse le calze.
- Ora di un po’ di sana adorazione…baciami i piedi.
Iniziai a baciarli prima sopra e poi sotto sulla pianta e poi sulle dita, un bacio per ogni dito.
Anche se avevano provocato dolore e altro ne avrebbero provocato, erano piedi bellissimi e non avrei faticato a passare ore ad adorarli.
- Apri la bocca
Appena aperta cercò di buttar dentro il piede ma si accorse che per quanto cercasse, non riuscivano ad entrare bene tutte le dita.
- Che peccato, hai la bocca un po’ piccola…dovrò farti educare un po’ dalla mia amica Claudia che ha il piede piu largo…ma prima potrei provar io..sennò rischi di farle male…
Si alzò, sentii dei rumori e poi tornò, indossando questa volta degli stivali col tacco.
Inizia ad aver paura, al pensiero di quei tacchi nella mia carne.
- Non preoccuparti, non ancora per il momento.
Si sedette, accavallando una gamba.
- Prendi in bocca la punta dello stivale, cerca di farla entrare piu che riesci in bocca.
Mi avvicinai, vedendo che era un po’ a punta ma a pianta larga.
Provai a prenderlo in bocca ma un po per lo spessore della suola, un po’ per la maggiore larghezza non ci riuscii.
- Facciamo così…
Prese uno sgabello alto con schienale e lo mise vicino al muro. Si sedette, facendomi cenno di mettermi ai suoi piedi.
Non capivo e con una pedata mi fece capire che dovevo allargare le gambe attorno allo sgabello mettendomi con la schiena al muro.
Appena si sedette lei, mi mise la punta dello stivale in bocca, si accomodò meglio e poi facendo leva sulla sbarra sul muro, iniziò a far forza per farmi entrare la punta dello stivale in bocca.
Un dolore intenso agli angoli della bocca. Quello stivale troppo grande per la mia bocca..
Cercai di divincolarmi nuovamente ma questa volta ero come immobilizzato col suo stivale che con forza cercava di entrarmi in bocca.
Non so come ma riuscii a far uscire la punta dello stivale dalla bocca.
Mi girai dall’altra parte.
- Voltati e prendi subito lo stivale in bocca!
Era un ordine perentorio. Dalla mia posizione non riuscivo a vedere la sua faccia, a capire se era arrabbiata o meno. Vedevo solo di lato la punta del suo stivale che voleva entrarmi in bocca e l’altro stivale che cercava di fare in modo che mi girassi.
Cercai di far resistenza ma lei prese a darmi pedate di punta sulle guance e sui zigomi cercando di farmi aprire la bocca
- Guarda che ti faccio male eh?
Voltavo la faccia, cercando di non avere mai la bocca indirizzata verso la punta dello stivale, ma continuarono le pedate non solo di punta ma anche di pianta, visto che si era un po’ allontanata dal muro.
Si fermò un istante, il suo stivale sulla mia spalla.
- Se non la smetti di resistermi, finirai molto male!
Capii che era molto nervosa, le sue pedate mi avevano un po’ intontito.
Ne arrivarono ancora altre due in faccia, e poi ancora una di punta.
Con mano malferma, riuscii a fermare lo stivale. Fece un po’ di resistenza per liberarlo e continuare a colpire.
Vide invece che mi stavo arrendendo, osservai un secondo in silenzio gli stivali e poi prima un paio di leccate e quindi mi voltai, prendendo in bocca la punta dello stivale.
Subito e con violenza iniziò a spingerlo in bocca, facendomi sanguinare le labbra e i lati della bocca.
Il mio respiro era affannato, in mezzo alle lacrime che uscivano spontaneamente, bagnando quello stivale che voleva entrare in bocca.
Cercò di muovere ancora per farlo entrare di più ma dopo avere insistito ancora un po’ e con violenza, lo tolse finalmente dalla bocca, alzandosi dallo sgabello.
Scivolai lentamente a terra, stordito e umiliato. Spostò lo sgabello ed io scivolai a terra.
Appoggiò lo stivale sul mio torace.
Dall’alto mi guardò vittoriosa negli occhi.
- Hai capito, vero, che mi devi sempre ubbidire?
Non risposi, sentendo il tacco che penetrava nella mia carne.
Avevo fatica a riconoscere la mia amica Mara, quella che era stata la mia confidente per vari anni.
Ma, evidentemente, quella sarebbe stata la mia vita da ora in poi, per i prossimi dieci anni.

Dopo avermi così a lungo torturato con i suoi stivali, mi lasciò qualche istante di respiro.
Ripresi lentamente il fiato, riflettendo.
Intanto lei si sedette sul sofà, accendendo la tv.
Fece cenno di mettermi al mio posto, sotto i suoi piedi, ora nuovamente nudi.
Con fatica mi trascinai e mi misi in modo che il torace fosse sotto i suoi piedi.
Distrattamente il piede sinistro si mosse sulla mia faccia, l’altro a schiacciare il dolore sulla mia pancia.
Riflettei sulla bellezza dei suoi piedi, che sapevano essere così crudeli.
Le dita che ora premevano distrattamente sulla mia bocca, prima nello stivale cercavano di entrarci con prepotenza. La pianta liscia ed arcuata, che tanto avevo accarezzato e massaggiato, non aveva risparmiato dolore, camminandomi addosso. E quel tallone che, girandosi si stava quasi posizionando nel mio occhio, prima era affondato, salto dopo salto, nel mio stomaco.
Guardò la televisione a lungo, tenendomi nella posizione che da quel momento sarebbe stata la piu naturale, ossia sotto i suoi piedi.
Al termine si accorse che era arrivata ora di pranzo.
Si alzò, stirandosi e sbadigliando, in piedi su di me.
Fece cenno di seguirla, lo sguardo a terra sui suoi piedi.
Mi fece sdraiare vicino alla cucina.
Camminandomi addosso preparò il suo pranzo e con un altro cenno mi fece mettere sotto il tavolo mentre lo consumava.
Su suo ordine, leccai i piedi mentre mangiava. Ogni tanto mi porgeva un pezzo di pane o di cibo, se lo metteva tra le dita del piede e poi mi permetteva di mangiarlo, pur nel dolore che sentivo ancora agli angoli della bocca.
Finito il pranzo, mi disse che avrei dovuto ordinare la cucina e di tornare da lei non appena avessi finito.
Mi alzai a fatica da sotto il tavolo. Respirai un attimo, prima appoggiato e poi seduto sulla sedia, prima di rialzarmi.
Scossi la testa, intontita ancora per i calci di prima. Quindi mi rialzai e lentamente iniziai a riordinare la cucina.
- Muoviti! Senno’ dovrò punirti
Era ricomparsa come d’incanto, per riprendermi dalla lentezza con cui stavo eseguendo il lavoro.
- Scu…scusa…ma stamattina sei stata un po’..dura…e sto faticando ad…abituarmi…
Mi guardò un istante, mi sembrò di vedere in lei un leggero velo di compassione ma poi la sua espressione divenne di nuovo dura.
- Non permetterti più di farmi delle rimostranze…ti sei appena guadagnato una punizione, sia per la lentezza del tuo lavoro che per queste tue rimostranze
- Ma non sono…
- Taci! Finisci in fretta e torna di là che ti farò assaggiare i tacchi per la prima volta. Baciami i piedi.
La guardai, per un istante non seppi che fare, mi chinai e le baciai i piedi nudi.
Un calcio.
- Muoviti e poi vieni subito di là
Cercai di far veloce e alla fine, con rassegnazione, andai di nuovo da lei.
Seduta sul sofà ,aveva dei sandali argentati col tacco alto.
- Mettiti li sotto
Mi stesi di nuovo sotto di lei.
Subito appoggiò i suoi sandali su di me, affondando lentamente il tacco nel mio torace.
Sentivo sotto il suo splendido piede, il tacco affondare nella carne.
Presi a lamentarmi ma non per questo smise di affondare il tacco su di me.
Sapevo che dovevo sopportare, quello era il mio destino da quel giorno in poi, ma non riuscii a trattenere altre urla.
- Quando arriveranno le mie amiche sabato, dovrai far loro da zerbino all’ingresso. Quindi si accomoderanno e metteranno i loro piedi su di te. Di norma portano sandali, data la stagione, alcune con il tacco alto ed altre no. Dovrai cercare di resistere senza urlare e sperare che una di loro, presa da compassione, si tolga i sandali e rimanga a piedi nudi su di te.
Tremai alla prospettiva, visto che in quel momento bastavano i suoi tacchi a farmi urlare
- Qualcuna di loro potrebbe volere testare la tua lingua. In questo modo dovrai leccare via lo sporco dalle loro suole, cercando di farle diventare il piu possibile pulite.
- Ma…padrona…e se, ahia!, fossero sporche..ahia!...?
- Leccherai lo stesso, cercando di portare via tutto lo sporco. Potresti faticare e metterci del tempo per farlo, ma sarà meglio per te che tu faccia un buon lavoro, sennò potrebbe volere punirti.
Mosse la scarpa verso la mia bocca.
- Vediamo come te la cavi
Guardai la suola del suo sandalo. Era nera per l’uso quotidiano, un po’ sporca.
- Lecca, vedi di non fartelo ripetere.
Pensai quello che poteva esserci sopra, lo sporco di mille camminate quotidiane.
Ma il suo piede era bello sopra la suola e senza far resistenza incominciai a leccare.
Il gusto era polveroso e mi sorprese. Smisi subito, un conato allo stomaco.
Tornai a guardare la sua suola e il suo bellissimo piede.
Un altro colpo di lingua, una altro ancora e di nuovo un conato.
Scossi la testa per riprendermi, non era di certo soddisfatta, visto che teneva ancora la suola alzata.
Fecandomi forza e trattenendo i conati ripresi a leccare via lo sporco.
Andai avanti così, leccando via lo sporco e trattenendo i conati.
Mi porse l’altra suola e ripetei la stessa penosa sequenza di leccate e conati.
Mi guardò soddisfatta, forse per esser già riuscita a piegarmi ai suoi voleri.
- Bene, meriti un premio
Mi fece alzare da terra.
- Siediti li.
Mi fece cenno al sofa, vicino a dove era seduta.
- Come premio, puoi massaggiarmi i piedi con le mani
Mi porse i piedi.
Ebbi come un ricordo che sembrava lontano, i pomeriggi in cui massaggiandole i piedi, si parlava e si parlava.
Ma questa volta lei era zitta ed io massaggiavo, silenzioso.
Prese un libro.
Ebbi un attimo di stanchezza, seduto quasi normalmente dopo tanto tempo e mi prese la sonnolenza.
Una pedata mi riportò al mio dovere, il piede tornò di prepotenza nella mia mano.
Leggeva silenziosa ed io massaggiavo, senza parlare né potermi fermare.
Non appena accennavo a fermarmi, anche solo per fare un po’ di stretching alle mani, il suo piede mi seguiva, non permettendomi un istante di riposo.
Mi rassegnai nuovamente a massaggarle i piedi senza fermarmi.
Passai tanto tempo in questa posizione, persi del tutto la cognizione del tempo che passava
Se da una parte provavo sollievo dal non essere calpestato, dall’altra volentieri mi sarei fermato almeno un paio di minuti dal massaggio, visto che le mani e i polsi iniziavano a farmi male.
Ma non me lo permetteva, perché appena mi fermavo o arrivava una pedata o i piedi si piantavano nelle mani perché continuassi.
- Massaggia meglio!
Mi ordinò alcune volte. Fu l’unica cosa, con le pedate, a spezzare la monotonia di quell’infinito massaggio.
Quindi richiuse finalmente il libro.
Mi guardò massaggiare faticosamente i piedi.
- Puoi smettere con le mani. Abbassati e lecca, mentre mi riposo un po’.
Mi inginocchiai, i suoi piedi nudi davanti alla mia faccia.
Di nuovo, lentamente presi a leccarle i piedi.
Quel lunghissimo pomeriggio finì così, mentre ancora le leccavo i piedi.
Si fece leccare soprattutto dove era la pelle dura, per ammorbidirla.
La cena fu di nuovo come il pranzo e la sera guardò la tv, tenendomi al mio posto naturale, sotto i suoi piedi.

Letto 2558 volte Ultima modifica il Mercoledì, 23 Maggio 2012 12:45
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