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Domenica, 21 Dicembre 2003 12:31

Helene

Scritto da  vince
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In piedi, la tracolla poggiata sul cofano spiava il messaggino fresco, fresco arrivato: c’era un riflesso impertinente da quel lato e doveva spostarsi. Fragole luminose e struggenti fiori di mandorlo, nel tuo mattino che si sveglia, Helene...

In tutta la sua vita Elena non aveva mai pensato che la pantera potesse essere un animale conciliante. O che potesse esserlo qualche volta, almeno. Neanche la pantera rosa del cartone animato. Nient’affatto: anzi quella le era antipatica. Perché “m’infurio come una pantera” era da sempre l’urlo di guerra di Elena, ogni volta che qualcuno le dava sui nervi. E dire che la sua maestrina di seconda, la zoppa, ce l’aveva messa tutta per ficcarle delle altre idee in testa. Un giorno sì ed uno no, leggeva, con le giuste pause, un libro dove c’era una pantera nera che si chiamava Bagheera ed allevava un bambino nella giungla: e lo faceva con i cambi di ritmo e minuscole piroette, nonostante la gamba ballerina. Leggeva con la voce di petto, come le avevano insegnato nel teatrino della parrocchia. Ma trovava Elena sempre distratta.
...Non stare con il naso per aria, rossa, che il diavolo se lo prende: lui ha un filo speciale con le rosse. La prossima volta le prendi.
Ma se anche Elena si fosse ricordata la storia di Bagheera, pantera-nurse, cosa difficile perché era con il naso per aria, questo non le avrebbe fatto cambiare il grido di battaglia. Almeno non quel pomeriggio di venerdì, in ospedale, al suo posto di lavoro, quando era sbucato da chissà dove un dottorino stralunato a comandarla.
- Chiami tutti i pazienti in attesa di controllo e li avverta.
Si faceva grigia.
- Li chiamo? Sono mica la telefonista, io? E poi quando? Adesso? no, no e poi no!! divento una pantera, io, sa. E dire che se sono qui è per caso e solo perché avevo dimenticato i guanti di cucina per la mamma. Il mio turno è finito da un po’. Ma guarda un pò questo coso.
Però Elena la rossa tutte quelle cose al dottorino stralunato non le aveva mica dette: anzi aveva cercato d’immaginarsi la ragione di quegli avvisi ed aveva fatto un po’ di telefonate, infuriata come una pantera. Con un rancore nemmeno tanto sordo verso i maschi prepotenti. Pensò a quello bizzarro tipo del chat che voleva farle da schiavo, ai suoi piedi. Oh, dovresti capitarmi adesso tra i piedi, Eddie@.
- Dove avrò messo le chiavi della Polo, miseria.
Non le trovava mai le chiavi dell’auto nella sacca a tracolla che serviva per tutte quelle robe, compresi i libri dello shiatzu per studiare. Come al solito le chiavi s’erano infilate nella tasca più piccola e pure incastrate ad un filo sporgente. E intanto c’era il telefono a fare il suo cicalino da lì sotto per avvertila di un messaggio. Eh già, appena ritrovata l’aria si svegliava il telefonino: proprio adesso con tutto questo casino, il sole che picchia in testa. E naturalmente, giacché le sventure non arrivano mai da sole, ecco il concertino nel suo cervello.
- Che t’importa del messaggio? lo leggerai dopo: o stai sperando che sia lui, Eddie@ eh?
Quella ficcanaso della sua vicina che s’insinuava come una biscia nel suo cervello: chiamata da chi poi. Che scostumata.
- Pensa agli affari tuoi Giovanna.
Maledizione, mai dare confidenze ai vicini di casa. Ma, per quanto lei odiasse il fastidioso andazzo di avere per la testa le voci delle sue pseudo- amiche a consigliarla e sconsigliarla, (uffààà!!!) doveva ammettere che quella maledetta di Giovanna, questa volta almeno, aveva un po’ di ragione: la curiosità era quello che era. In piedi, la tracolla poggiata sul cofano spiava il messaggino fresco, fresco arrivato: c’era un riflesso impertinente da quel lato e doveva spostarsi.

...Fragole luminose e struggenti fiori di mandorlo,
nel tuo mattino che si sveglia,
Helene...

Le sfuggiva un sorriso lieve, che già il telefono ronzava daccapo, per una chiamata stavolta. Era lui. Che matto sei, Eddie@.
- Helene, sei una favola, lo sai?
Helene, Helene: certe volte le dava proprio sui nervi. Ma chi cavolo sei per cambiarmi il nome tu? E come diavolo fai a sapere se sono una favola o un raccontino attorcigliato, adesso? Ma manco le veniva di dirglielo: aveva altro per la mente.
- Gli uomini sono tutti dei deficienti, lo sai?
Lo sentiva ridacchiare dall’altra parte.
- Helene, padrona mia, chi ti ha fatto arrabbiare oggi?
Ancora quell’Helene: quello squinternato del Eddie@ al solito aveva voglia di prenderla in giro.
- Non ho voglia Eddie@.
Ma gli raccontava del dottorino e delle telefonate.
- E tu fagliela pagare, Melene, fai la sfrontata Helene, vedrai che lo prendi in castagna e prima o poi te lo ritrovi in ginocchio davanti a te.
- Campa cavallo, Eddie@.
La incuriosiva però: sembrava sempre attento ai suoi cambi d’umore, che erano frequenti.

...questo giorno che nasce
ha l’odore dei tuoi pensieri difficili...

Il suo messaggio di tanto tempo prima. Ma no, neanche tanto: in fondo non erano passati tre mesi dalla prima conversazione casuale. Non aveva potuto resistere alla tentazione di fargli una domanda scema.
- Che odore hanno i miei pensieri difficili, Eddie@?
Lui si era messo a ridere in quel modo assurdo che è ridere al chat. Assurdo come minimo. Come altro si può definire scrivere sul monitor “ah, ah, ah”. Altri imbecilli “uh, uh, uh”. A Elena, in verità, piaceva “ih, ih, ih”: le pareva più raffinato. Però per un attimo le era sembrato di sentirlo quell’odore: era come il profumo esile un attimo prima della pioggia.

...odore di cose che non sai riconoscere
e ti mettono addosso la frenesia, Helene.

Già, la frenesia: cosa mai poteva mettere addosso la frenesia. Si era fatta l’idea che fosse un avventuriero e lui se ne doveva compiacere e si guardava bene dallo smentire. A volte se lo immaginava un po’ Clark Gable, lestofante romantico del Sud, con il cappello a falde dritte ed la smorfia ironica di Rhett Butler, l’eroe di Via col vento. Quante volte se l’era rivisto il film? Che palle, alla fine. Ma questo non l’avrebbe mai confessato a Giovanna, la sua vicina di casa-coscienza (in alternativa a Teresa, nella testa a dare consigli e sconsigli, uffàà!) che la perseguitava. Sai le risate che si sarebbero fatte su Rossa(ella) O’Hara. Al chat o al telefono Eddie@ le diceva quelle cose che non sapeva neppure se la facessero ridere o cosa.
- Ma dico davvero, Helene.
- Se non la smetti di chiamarmi Helene, Eddie@… e di parlarmi di gente che s’inginocchia davanti a me, ti metto nella lista nera.
C’era una lista nera dove sbattere le persone noiose ed invadenti della sua chat-line preferita:ogni tanto per fargli dispetto ci lasciava a bagnomaria Eddie@. Tanto lui poteva telefonarle: si divertiva a sentirlo implorare, con la voce di finto pentimento, per ottenere la riabilitazione. Era uscita che il sole l’abbagliava: passava un auto scoperta con un immigrato di colore e lo stereo a tutto volume.

Mi sono innamorato di te…

Le veniva di scuotere la testa: l’amore.

perché non avevo niente da fare…

Forse. Magari era il suo modo di volerglielo dire. Forse voleva dirle che la sua frenesia era lei, Helene: che sciocchezza. Lo diceva lei per prima, anticipando l’intromissione di Giovanna: una volta lo aveva detto ad Eddie@ delle voci in testa e lui, come al solito, l’aveva presa in giro.
- Oh mamma, la mia pulzella d’ospedale dai piedi luminosi: sente le voci...
I piedi luminosi? Non ci aveva mai pensato, la rossa, di poter avere piedi luminosi, anzi. Non erano neppure piccoli i suoi piedi. Anzi. Ed anche con qualche difetto, ad essere obiettivi. Ma perché mai qualcuno doveva interessarsi dei suoi piedi? Le poche cose che le venivano in mente riguardo ai piedi non erano neppure tanto carine, a pensarci.
- Ehi… li hai lavati prima di andare a letto i piedi, rossa?
La nonna Firmina, eccola là.
- Uffà… ma il diavolo prende di mira anche i piedi alle rosse?
Se poi alle voci fisse delle sue amiche (!!) si aggiungevano anche quelle dei ricordi, c’era da stare freschi. Intanto, al telefono, sentiva Eddie@ che dall’altro capo salutava qualcuno. Doveva essere una donna di sicuro, lo intuiva dal tono. Cambiava idea e naturalmente quelle intriganti delle sue coscienze si mettevano all’opera.
- Ma che fai, ti metti ad essere gelosa di uno che manco conosci e che ogni volta che può parla dei tuoi piedi?
Eccole là, le consigliere nel cervello.
...Io non sono gelosa di nessuno e comunque non ti riguarda, Giovanna. Era vero, però: le parlava dei suoi piedi e per un po’ le era parsa una cosa stonata, una specie di scherzo che lei non capiva bene, poi aveva cominciato ad incuriosirla.

***

C’era qualcuno, da qualche parte, che le aveva letto di una sventurata che rispondeva ad uno sconosciuto: non la maestra zoppa della seconda classe, però. Un sabato di pioggia che di nuovo farneticava dei suoi piedi lei gli aveva risposto.

In ginocchio su pietrine aguzze, per il mio pedicure,
Eddie@.
Con la lingua però, s’intende...

Ma non si era sentita una sventurata proprio per niente. Dopo avevano riso, chiacchierato per tutto il pomeriggio con la pioggia, fin a quel raggio di sole che si era affacciato giusto al tramonto.
- Ormai lo so che vorresti essere ai miei piedi: inutile che ripeti sempre che vorresti essere il mio schiavo, lo so. E chissà che uno di questi giorni non te ne faccia pentire.
Era divertente rispondergli a tono. Ma figurarsi se la consigliera se ne stava zitta.
- Questa è bella, un uomo ai tuoi piedi, saranno ben puliti, eh eh...
In un momento come questo a farle boccacce. Queste smorfie fattele allo specchio, brutta ficcanaso. Era una stupida, Giovanna e poi quale coscienza? Avrebbe fatto bene a pensare agli affari suoi ed al casino combinato quella notte nel cortile davanti casa, tanto che lei non riusciva a dormire. Ma intanto sentiva ridere di nuovo il Eddie@, dall’altro capo: però le pareva una risata diversa.
- Salgo su da te, Helene, domani.
La sorpresa quasi le toglieva la parola: Eddie@ viveva a dieci ore di treno più giù e non le aveva mai detto che sarebbe venuto dalle sue parti.
- Ha i perso la parola Helene? I tuoi piedini dolci si stanno preparando a ricevermi?
I suoi piedini: l’aveva detto di nuovo. Duravano poco i black-out alla lingua della rossa e forse, a sentire Teresa, erano la sua maniera di ricaricarsi per le perfidie preferite.
- Come mai Eddie@? Ti mangia l’ansia di metterti in ginocchio davanti a me?
Era scoppiato subito a ridere, ma, forse si sbagliava, le pareva che inghiottisse saliva: durava un istante.
- Sicuro Helene: però nei ritagli di tempo che mi lascerà la tua dominazione, dovrei tenere una lezione.
Hai visto che ho imbroccato una rima? Si divertiva a sentirlo parlare così, la rossa, e le andava di continuare.
- Una lezione sulla schiavitù? Vieni a ripetizione da me, dalla tua severa padrona?
Era riuscita finalmente a liberare le chiavi dell’auto e si era sistemata al suo posto: ma quel movimento aveva scombinato le linee del telefonino e così potè capire solo l’ultima frase dall’altro capo.
- Finirò per l’ora di pranzo: ti chiamo quando arrivo.
Intuire, più che capire. Aveva provato a richiamarlo ma non c’era stato verso. Era una giornata di quelle calde e sulla strada di casa l’asfalto disegnava le ombre informi che l’avevano sempre un po’ inquietata. Pensò al mare verso Ravenna, le spiagge lunghe e il colore un poco tetro che tendeva al grigio più che all’azzurro: in fondo non sarebbe stata una gran rinuncia perdere una giornata al mare per Eddie@ che veniva in città. Accendeva lo stereo e si godeva quello schianto di Lenny Kravitz.

...Are you gonna
on my way...

In fondo non lo conosceva affatto Eddie@: l’aveva visto in fotografia, gli aveva parlato per ore al telefono, gli scriveva. Sapevano un po’ tutto l’uno dell’altra senza essersi mai sfiorati con un dito. Peggio: senza neppure essersi scambiati uno sguardo. Meraviglie del virtuale: aveva persino letto una parte del romanzo di Eddie@ che ancora non era stata pubblicata. Ed altre cose che aveva trovato in giro, sulla rete in qualche articolo di giornale. E sapeva della sua donna, delle sue corsiste trescose, delle sue avventure con le commesse preferite.

Gelosia...
... gelosia ...

Ancora Giovanna, anche stonata. E poi era una sciocchezza, non era affatto questione di gelosia, questa canzone le era odiosa e poi era che... Vaffanculo Giovanna, ecco. L’aveva sistemata quella stupida di una coscienza.

***

Però, un poco le davano sui nervi le avventurette di Eddie@
- M’infurio come una pantera a pensare che sei un bugiardo, Eddie@.
Non si chiamava per niente Eddie@, era solo il suo nickname nella rete, ma era un gioco e la divertiva. Lui sapeva del disastro della sua passata vita sentimentale e delle propostine che le lanciava quel bellimbusto di Fernando autista della Croce Verde. Però le pareva che se la prendesse Eddie@ (anzi, è piuttosto lui un tantino azzeccoso,allora) quando lei gli raccontava delle propostine del cascamorto. L’aveva soprannominato in modo strano:”il maliardo che vuole uscire in ambulanza con te.”

...Are you gonna
on my way...

Uno spasso. Però. C’era un però. L’aveva proprio sentito ingoiare saliva Eddie@, quando lei aveva scherzato sulla sua prossima schiavitù. Non è che si fosse offeso? Ogni bel gioco dura poco, rossa: già, questo non si scordava mai di ricordarglielo la nonna Firmina. Ma se e’ sempre lui a parlarmi dei miei piedi, nonna? Comunque riprovava di nuovo a fare il numero mentre un Tir immenso le passava di fianco sfiorandola.
- Faccia di merda di un camionista: e dire che io voto per la sinistra, figurati.
Erano riflessioni silenziose le sue e il telefono rimaneva muto. Ma no, offendersi non era possibile. E poi continuava a ripeterle che lei era la sua padrona: la chiamava Helene e quando le scriveva, Diva. Bello quel Diva: poteva dare questo nome al gatto invece di quella scempiaggine di “Sheva” che le aveva suggerito Donato il milanista e che faceva pensare ad una marca di mangime.

***

E se fosse stato vero? Se davvero lui l’avesse voluta dominatrice? La sua dominatrice? Questo pensiero un poco la turbava ed un poco la lusingava, come un raggio di sole su di una panchina d’inverno spazzata dal vento gelato. Però se fosse stato vero non ci stava a fare la figura della tonta. Si era documentata, aveva letto un giornale. Altro che tonta, Elena la rossa. Adesso sapeva tante cose che prima le erano completamente sconosciute.
(-I tuoi piedi luminosi, Diva)
Luminosi. Luminosi? Forse, ma non certo per uno schiavo. Sarà simpatico Eddie@ o come diavolo si chiama, ma non gli permetterò di prendermi per il culo. Certo che no, m’infurio come una pantera.

***

L’uscita era vicina ed era meglio fare attenzione: le aveva raccontato il nonno Renato che vicino ai caselli delle autostrade si affollano quelli che ci hanno rimesso la pelliccia da quelle parti e che erano così mal combinati che li hanno scambiati per altri.

...Ed arrivasti a varcar la frontiera,

Sono andati nell’altro lato, diceva il nonno Renato, e non li hanno fatti entrare per via di questo sbaglio.

...in un bel giorno di primavera...

E così vagano lì intorno per cercare d’attrarre le attenzioni della gente e ristabilire la verità. Come se fosse facile: a parte che se non li avevano riconosciuti i parenti, figurarsi. E poi in ospedale ne aveva viste tante.

***

Ma non sempre si poteva essere così attente: e la notte piena di stelle cadenti, tanto che pareva San Lorenzo, a furia di guardare quelle luce traballanti che non cadevano mai, si era trovata seduta al suo fianco nella Polo, una di quelle lì. Aveva avuto la sfrontatezza di presentarsi.
- Ehi, tu: sono Franziska.

***

- Ehi, ma come hai fatto a...
Lo chiedeva Helene, ma la risposta la conosceva già. Come avrebbe potuto un’altra persona nel cuore della notte accomodarsi sul sedile accanto della sua Polo lanciata verso casa. E poi un’assurdità mostruosa. La testa la teneva sotto al braccio, come fosse la palla della partita di calcetto oculisti contro internisti.
- Oh, ti prego, ti prego: non farla tanto lunga.
Aveva la voce uguale a quella di una della televisione dei mostri a volume altissimo di Giovanna.
- Ascoltami, sono educata e mi sono già presentata. Ma ricominciamo tutto da capo. Io sono Franziska e non voglio crearti guai, sono solo stanca da morire.

...da morire...

Si era rimessa la testa sul collo con un gesto quasi elegante: una bella testa, con i capelli corti d’un nero cupo che neanche le stelle di San Lorenzo ci avrebbero potuto e gli occhi semichiusi ai lati superiori di un nasino piccolo ed arricciato.
- Senti, non voglio sapere nulla, ma sappi che mio padre ha un fucile da caccia e prende almeno tre lepri la settimana.
Aveva arricciato il nasino, Franziska.
- Oh, figuriamoci quanto mi fa paura il tuo cacciatore. Ma lo sai che io sono l’acrobata della soap alla televisione, rossa? Uhm. Almeno prima che quello stupido autotreno, uhm, lasciamo perdere: chissà come faranno adesso senza di me. Ehi, a proposito la segui la mia soap su Tv+?
La soap su Tv+? Non le aveva risposto niente anche perché non seguiva nessuna soap su Tv+ o su Tv -: anzi le stava sulle scatole la tv. Magari per la persecuzione del volume altissimo della tv dei mostri.
- Io non le vedo queste grullerie alla tv. C’è Giovanna che guarda la tv dei mostri tutti i giorni: perché non vai da lei?
Grullerie era un modo di dire di suo padre: chissà perché le era passato in mente di dire in quel modo.
- Per favore!! Non ti darò nessun fastidio : magari qualche consiglio, se ce ne sarà bisogno.
- E chi lo decide se ce n’è bisogno? Tu?
Si era subito scaldata Helene, ma quella strana creatura non si era scomposta di un millimetro.
- Tu devi soltanto aiutarmi, ecco.
- Aiutarti io? E come?
Forse era stata solo la sua impressione, ma le era sembrato che esitasse.
- Devi trovare qualcuno che mi riconosca, ecco tutto quel che devi fare.
Trovare uno che riconoscesse quel mostro senza testa. Stava giusto per dirglielo. Ma intanto Franziska non c’era più, o almeno sembrava che non ci fosse più, perché quello spettro disgustoso di un’acrobata senza testa, si era saldamente insediata dentro di lei e non se ne sarebbe andata per nessuno ragione di questo e di quell’altro mondo, visto che si trovava così a suo agio da quelle parti. Quante volte le avevano ripetuto di stare attenta aglI svincoli delle strade? Ma non l’avrebbe più vista né sentita fino. Fino a quel pomeriggio di pioggia, quando aveva risposto ad Eddie@ con quella specie di filastrocca perversa.

In ginocchio su pietrine aguzze, per il mio pedicure.
Eddie@
Con la lingua, s’intende...

Lì sì che c’era entrata lei, il fantasma dell’acrobata senza testa: di sicuro.

***

- Sbrigati Elena, ho preparato la lepre.
La mamma, la rassicurante voce della mamma sulla porta di casa.
- Ti ho portato i guanti, mamma, ma lo sai che non mi va la lepre, mamma, sa troppo di selvatico.
- Ma va che la selvatica sei tu. E poi l’ho messa a macerare come si faceva a casa mia.
Non si poteva dire no quando si citava la cucina di casa della mamma. Lei si che era rassicurante, altro che Franziska.

***

Doveva essere una celebrazione, più che un convegno vista la gente che c’era in giro. Lesse il suo nome su di un cartoncino blue: Edoardo Degianni. Edoardo, Eddie@, il nick: neanche tanta di fantasia. La sala era affollata di quella gente che di solito le dava sui nervi. Ce ne sono di ambienti, vero nonno Renato? ed ognuno ha il suo buono ed il cattivo. Metti le cameriere che stanno sempre a sparlare di qualcuno, le bariste ubriache, le tassiste ladre.
- Anche le infermiere allora?
Uffà quella Giovanna. Era davvero di una noia. E figurarsi da ospitare nel cervello. Quello però era l’ambiente peggiore, con tante smargiasse lì davanti a bocca aperta a sentire Eddie@ in grigio ferro ed una sottile cravatta ciclamino. Non le ci voleva poi tanto per vedere in prima fila la moglie del primario che sorrideva languida a Moroni. Eddie@ era esattamente come nelle foto: non come quelle di quando si esibiva da cantante in una rockband che si chiamava la Fucina di qualcosa, com’era scritto sull’affiche sbiadita che le aveva mandato il sabato di pioggia.

My sweet Lady Jane,
your servant am I...

Con quella dedica degli Stones. Ma uguale a quello delle foto ai convegni, al ristorante di Milano con quella biondina svampita. Argomentava di romanzi e di donne nei romanzi: di una Emma e una Costance e altre che non le riusciva di capire. Un po’ le venne il rimorso per tutte le volte che s’era distratta nelle ore di letteratura, a scuola. Ma solo un poco. Lo vide che s’illuminava quando la vedeva sul fondo della sala.
- Oh beh, almeno m’ha riconosciuta. Con tutti gli sforzi per togliermi di dosso il grembiulino della crocerossina.
Lo diceva tra sé e si guardava le scarpe con il tacco: non era tanto alto, lui, ma almeno non lo avrebbe sovrastato con le spillo.
- Sovrastato? Ma a cosa stai pensando? Sei cambiata negli ultimi tempi, lo sai? Non è che fossi posseduta?
Ancora Giovanna? Credeva di averla sistemata e invece: perché non si metteva a pensare ai suoi programmi di mostri? Eddie@ salutava un poco di gente e poi marciava spedito verso di lei che già s’avviava all’uscita: non credeva di sbagliarsi a sentire qualche sguardo odioso che la trafiggeva da lontano.
- Oh Helene, sei ancora più affascinante di quanto potessi immaginare.
La guardava da capo a piedi e poi le prendeva la mano e la baciava, all’interno, in un gesto inusuale che le piaceva. Un attimo e riprendeva a parlare del suo abbigliamento.
- E poi che gonna da far mancare il fiato. E le scarpe rosse con il tacco, le gambe nude. Sei la padrona dei miei sogni, Diva.
Si era sentita lusingata di quelle espressioni, ma era pur sempre Elena della perfidia...
- Questo lo vedremo: vieni con me? Ho l’auto parcheggiata qui fuori.
Lui le aveva tenuto la mano ed aveva avuto l’impressione che gli tremasse un pochino.
- Ero sicuro che fossi qui, Helene, avevo sentito l’aroma di verdura cotta che ti fa impazzire.
Aveva cercato una battuta e l’aveva trovata, con quell’accento un po’ largo delle sue parti.
- E’ l’aglio, non la verdura, sbrigati: possiamo mangiare a casa mia, ho cucinato per te.
S’infilavano nell’auto e lui le fissava subito le scarpe, poi con la voce un tantino roca.
- Oh... capisco, per poi ridurmi in schiavitù.
Davvero l’aveva fatto per questo? non sapeva rispondersi. Lui intanto l’aveva guardata fissa: decideva d’ignorarlo. Era una specie d’istinto: era davvero questo che voleva? La schiavitù?
- Subito? Dopo? O prima?
Insisteva. Però con quel tono da incantatore di serpenti: era chiaro che faceva diventare trescose le sue allieve.
- Diffida, rossa, diffida…
Di nuovo, Giovanna? E fatti gli affari tuoi, insomma. Tanto lei non era più Elena: era Helene, la Diva e adesso non era il momento delle impiccione.
- Vedremo, dipende dal grado della tua devozione per me.

***

Le era sembrato pallido, ma forse era stanco per il viaggio e la lezione: ma ora non c’erano dubbi sulla nota di rossore che gli era comparsa sulle guance quando gli aveva accennato senza ridere alla devozione. Centro! ho fatto proprio centro, allora. Era questo che si rigirava nel cervello Helene mentre stava attenta alla strada. Non sapeva se dispiacersi o rallegrarsi: era tutto così confuso. Basta sciocchezze. Avrebbero mangiato il riso e poi l’avrebbe portato a fare un giro. E poi addio Eddie@: altro che quelle scemenze. La schiavitù, i piedi luminosi. E poi in fondo era come se l’avesse rifiutata: i suoi piedi si, lei no. Ma no, no, non è successo niente. E poi basta. Lungo la via di casa lui non si stancava di parlarle del maestro e di Margherita, di Natascia e del principe, della battaglia di Borodino, dei sentieri nascosti sotto i cimiteri di Francia. I cimiteri. Le veniva una specie di agitazione dentro a sentirne parlare: non una sua agitazione, ma comunque un turbamento. Era la fantasmina, naturalmente, che sbucava da chissà dove e si faceva avanti.
- Cosa ne sai tu di cimiteri, Eddie@? E di come si fa per arrivarci?
La guardava sfiorandosi una tempia, con un gesto evidentemente studiato, ma che non riusciva a nascondere la sorpresa.
- Come si arriva ai cimiteri? Stai scherzando, vero?O cosa vuoi sapere, Helene? Un po’ di letteratura di cimiteri?

…all’ombra dei cipressi e dentro l’urne,
è forse il sonno della morte men duro?

Aveva declamato quei versi con semplicità, quasi stesse dicendole la ricetta delle penne con le zucchine. Si rendeva conto della domanda stupida, Elena, ma certo non aveva voglia di dirgli,” scusa, Eddie@. mi spiego meglio, c’è una tizia dalla testa spiaccicata dal collo che ha parlato da dentro di me e lei è senza un domicilio certo nell’aldilà perché non l’hanno riconosciuta…” Invece faceva una smorfia disapprovante.
- Oh Eddie@, che strazio sei.
Lui sorrideva, ma intanto le faceva una specie d’inchino.
- Perdonami, Diva, ma non ho resistito alla tentazione: mi punirai anche per questo?
Incredibile come non potesse fare a meno di guardare di tanto in tanto le sue scarpe rosse che armeggiavano con il freno, l’acceleratore, la frizione.
- Forse, intanto devi venire con me.
- Dove vuoi , Diva.
Le era venuta un’idea all’improvviso: chissà se proprio spontanea.
- Non so se ti piacerà, ma ho visto che te la intendevi con della gente importante.
Forse era stato quando lo aveva scoperto a salutare Moroni, un deputato che aveva incrociato qualche volta al reparto che veniva a trovare una parente lontana. Quella malalingua della Bocassino, insinuava che era per via di un’eredità. Se c’era qualcuno che poteva saperne di disastri stradali ed altro questo era Moroni: sarebbero passati proprio davanti agli uffici che le interessavano. Lo sapeva perché c’era stata una volta che suo padre aveva investito una scimmia scappata dal circo ed aveva dovuto accompagnarlo lì per tutta una serie di sciocchezze.
- Andiamo pure, Helene, ora chiamo Alberto e vedrai che saranno gentili con noi.
Alberto era naturalmente Moroni ed a sentirlo chiamare così le veniva una fitta di ostilità verso Eddie@ che le faceva considerare in modo un pochino diverso l’idea di accontentare le sue farneticazioni sulla schiavitù.

***

L’ufficio dove li facevano entrare era piccolo e c’era quella Bacchettina senza nome che aveva incrociato qualche volta alla paletra: magra come un chiodo e con la voce di una mangusta in amore con i serpenti a sonagli e poi sempre pronta a dire qualcosa.
- Ah davvero? Mi spiace ma non possiamo dare informazioni senza una richiesta scritta firmata da un parente.
Ma aveva appena finito di dirlo che arrivava la chiamata di “Alberto” e lei si sdilinquiva.
- In che modo posso esserle utile, professore?
Perché mai si rivolgesse a lui, quando manco lo conosceva ed invece loro due si erano viste in palestra ed una volta anche parlate a proposito dei suoi capelli.
- Diceva di un’acrobata? Non saprei, adesso vi mostro qualche foto di gente non riconosciuta: non ricordo il nome che ha detto, signore.
Si rivolgeva ostentatamente ad Eddie@, la bacchettina con il naso lungo ed i capelli a nido d’uccello: come diavolo poteva saperlo quel nome, lui.
- Si chiamava Franziska.
Un sorrisetto della bacchettina, sempre ad Eddie@, a cercarne la complicità.
- Oh, nome d’arte allora.
E faceva una risatina toccandosi senza ragione il sedere inesistente con l’occhiolino sfrontato ad Eddie@. Come le sorrideva quello sciocco: le veniva voglia di lasciarlo lì con la bacchettina a impiumarsi nel nido d’uccello.
- Niente cognome insomma?
Ed ecco che le saliva una furia dentro.
- Il cognome , il cognome: ma a cosa diavolo le serve il cognome se manco sapete chi è nella foto? Avete un’indovina chiusa lì dentro nello stanzino?
Da dove le fosse uscita quella filastrocca Helene non lo sapeva: però poteva immaginarselo. La fantasmina non se lo ricordava affatto il suo cognome: non per niente aveva perso la testa. Era stata una delle prime cose che le aveva detto. Però tra quelle foto orrende Helene la riconosceva... Era su di un prato spellacchiato e la testa non pareva neppure staccata dal collo: era soltanto un poco più in là, come se volesse spostarsi a prendere un poco d’aria in una giornata afosa.
- Ah è questa.
La bacchettina si metteva a guardare gli appunti che erano nella cartella e di tanto in tanto sbirciava Eddie@
- C’era un testimone per questo ritrovamento, sa? Un certo Fabbri Gustavo, un drogato. Ora l’hanno spedito a disintossicarsi nella fondazione della moglie del dottor Moroni, la signora Diana: lei la conoscerà, professore?
Rivolgeva un sorriso a tutto tondo ad Eddie@, rivelando degli inopinati dentini da coniglietta. Inarcava un sopracciglio il professore, come per prepararsi ad una risposta delle sue, ma lei non gli lasciava il tempo.
- Buongiorno e grazie carina: la sa che abbiamo una magnifica struttura odontoiatrica, all’Ospedale “Maggiore”?
Prima che la bacchettina trovasse una risposta adatta, prendevano nome e cognome ed indirizzo della clinica, (se era poi una clinica), ed uscivano dall’ufficio mentre il sorriso a tutto tondo tramontava all’improvviso.

***

C’era un testimone: un testimone di cosa? Intanto di sicuro nasceva una ostilità nuova di Helene verso il suo ospite, seduto accanto a lei a riprendere discorsi intellettuali: questa volta l’argomento erano i cimiteri di “Spoon river”e un tale Masters che scriveva poesie. Ma nella testa di Helene c’erano i sorrisetti idioti scambiati con la bacchettina. Qualcuno dovrebbe spiegarglielo che non è corretto fare il trescoso per tutta la vita. La sua antipatia stava proprio crescendo: quei discorsi poteva pure tenerseli per la moglie del primario. O la signora Diana. Mi stai sulle scatole sai, Eddie@? Proprio così, si diceva Helene, che svoltavano davanti alla stazione di polizia.

***

Davanti al cortile di casa, mentre lui si avviava deciso verso l’entrata, lei raccoglieva dei sassolini e li infilava in tasca. “Sei una vera canaglia, Elena” avrebbe detto Teresa. Ma cosa ne sapeva Teresa di queste cose? E della bacchettina, della moglie del primario, di Diana? Lui appena entrato in casa le porgeva un pacchetto.
- Ti ho portato un regalino, Helene.
Lo apriva.
- Oh si? Cos’è? Musica, un cd? I Who? Roba di un secolo fa, i tuoi tempi felici. Non dirmi che le cantavi anche le loro canzoni tu?
- Si, un paio.
Si spostava in cucina.
- Non so se canterai anche per me.
- Sei la mia padrona, Diva, puoi ordinarmi quello che vuoi.
- Oh già. Questo non è in discussione.
Mi stai sulle scatole, Eddie@ e non lo sai.

***

Il riso con gli asparagi era magnifico: non per niente era una ricetta della famiglia. Ma Eddie@. non era molto affamato e neanche lei, per la verità. Lui mangiava, la riempiva di elogi: poi sbucciava con eleganza due arance e ne porgeva una a lei. Metteva su la musica dei Who.
- Eccoti servita, Diva.
Questo doveva essere il momento, non doveva perdere la calma.
Ma le era sbocciata dentro una tranquillità gelida che veniva da tanto lontano: da una notte di quasi San Lorenzo e da un’acrobata senza testa diventata spettro, di nome Franziska e risiedente, al momento,dentro di lei.
- E’ il minimo che tu potessi fare, sai?: ho perduto una giornata al mare per te.

...The song is over...

Sfoderava quel ghigno che doveva pensare seducente, Eddie@.
- Il mare? Sarei la tua stuoia, Diva.
- Battuta scema.

I sing my song...

Lo avrebbe detto anche alla Bacchettina, oppure no? Si era alzato in piedi ed era proprio davanti a lei, con quell’aria un po’ stupida che hanno i maschi quando cercano di sembrare sicuri di loro. Forse per via della Bacchettina, ma Helene non aveva più dubbi. Infilava la mano in tasca, prendeva i sassolini e li spargeva per terra. Era un po’ emozionata, nonostante gli aiuti generosi dal suo interno e le veniva da pensare quanto avesse camminato da quella mattina: forse non era il caso di sfilare le scarpine. Dalla casa di Giovanna veniva la sigla del programma dei mostri del dopo pranzo: come si facesse a vederlo, con tutti quei mostri che c’erano in giro travestiti da tutto un po’.
- Hai ordini padrona?
Padrona, Elena la rossa. Questo però risolveva tutto e le dava una specie di vertigine improvvisa: invece di guardarlo in faccia rivolgeva un’occhiata alle pietrine sul pavimento e poi si tuffava a sbocconcellare l’arancia ignorandolo. Era certa che avrebbe capito, era una fantasia rubata di peso al suo libro non ancora in libreria.
- Capisco: sassolini aguzzi per le ginocchia.
Tentava di mettere nella voce un’aria sfrontata, ma c’era una nota falsa...
- Bravo!
Resisteva alla tentazione di voltarsi a guardarlo: doveva stare attenta, era come all’uscita dai caselli. Dove la notte di quasi San Lorenzo s’era distratta ed erano cominciati i guai. Si metteva invece a giocare con le sue scarpe, come a volerle sfilare. Era sicura che Eddie@, o come diavolo si chiamava, l’avrebbe notato subito.
– Vuoi togliere le scarpe, Diva?
Lei doveva mettercela tutta per scacciare una nota infantile nella voce e non scoppiare a ridere vedendolo così compenetrato, il seduttore.
- Esatto.
Aveva detto il meno possibile: sentiva che adesso era lui ad essere a disagio, incapace di reggere il ruolo di conduttore del gioco.
- Ma aspettavi me? sono in ritardo?
Oh la piccola Elena la rossa, lei che si trovava sempre dalla parte del torto quando il traffico di mattina la faceva arrivare in ritardo ed i pazienti con quegli occhi torvi a fare sempre le stesse domande, due, tre volte: in ritardo. Aveva quasi voglia di dirglielo, “hai sbagliato tutto Eddie@, oggi è il pomeriggio della pantera. E niente Bagheera e marmocchi nella giungla...” Era davvero un mistero come dopo tanto tempo le fosse tornato in mente proprio adesso il ricordo dei racconti della zoppa, la maestra di seconda.
- Esatto, non scatti quando ti chiamo.
- Dimmi cosa devo fare, obbedisco subito...

My Wife...

Le passò in testa una follia.
- Dovesti telefonare a tutti i signorini delle prenotazioni, ecco cosa dovresti fare. Quando il tuo turno è finito e sei tornata di sopra per quello stupido paio di guanti da cucina della mamma.

For a long, long time...

- Come hai detto, Diva?
L’espressione di Eddie@ doveva essere il poema delle stupore assoluto, a giudicare dal tono.
- Niente, schiavo... ti sei inginocchiato?
L’aveva chiamato schiavo.
- Ahi, si Diva...
Che strazio non potersi voltare e guardare l’espressione “charmant” del romanziere in ginocchio sulle pietre del cortile: e poi le aveva sempre trovate antipatiche quelle pietre e qualche volta s’infilavano negli zoccoli e facevano un male. A proposito, dov’erano gli zoccoli...
- Sui sassolini?
- Ah, certo diva.
Ora finalmente poteva voltarsi a guardarlo: tentava di mantenere una sua sconclusionata nobiltà, Eddie@ in ginocchio davanti a lei. Gli guardò le ginocchia e vide che provava a poggiarle in modo leggero sulle pietre. Lei spostava le scarpe rosse di sotto il tavolo e le poggiava sulle sue gambe, premendo quanto poteva. Lo vedeva chiudere gli occhi per una attimo, forse per il dolore, ma forse anche per altro. Il desiderio? Quando la scarpa destra, distratta, era scivolata fuori dalle ginocchia ed aveva fatto da spia aveva avvertito un movimento al suo inguine: non c’erano più dubbi, era proprio così. Si alzava in piedi Elena e lui la guardò sorpreso, forse deluso.
- Vediamo un po’. Le mani, le mani dietro la schiena: dobbiamo legarle.

For a long, long time...

Adesso le avrebbe detto no, sicuro. - No Helene, questo no, non pensarci, non potrei abbracciarti con le mani dietro la schiena, questo è un gioco ed io ti voglio. Ed invece non aveva neppure un momento di esitazione e le obbediva. Helene prendeva il filo dello stenditoio, (non buttarlo, potrebbe servire per.) (eh già, potrebbe servire…) lo fermava dietro le spalle e stringeva forte, molto, molto forte.
- Oh...
Doveva avergli fatto male.
- Ti lamenti già?

For a long, long time…

- No, no, Diva…
Helene tornava a sedersi e lo trovava di nuovo ad occhi chiusi.
- Allora sei pronto per pulire bene i miei piedi?
Aveva aspettato che li riaprisse ed era stata attenta a scegliere le parole con cura.
- Appena lo comandi.
Ora non c’era nessuna linea telefonica che s’interrompesse per nascondere il suo deglutire. La rossa Elena si comportava da gran signora e sollevava le scarpe dalle sue ginocchia per avvicinargliele alle labbra: non aveva modo di sfilargliele con le mani dietro la schiena e così doveva essere lei ad avvicinarle.
- Puoi cominciare.
Per un momento, solo per un momento ebbe la tentazione di dire basta, ora basta. Era stato quando sfilava la scarpa facendo leva sulla sua fronte e la vedeva cadere, fare una giravolta e fermarsi sull’inguine di Eddie@. Avvicinava il piede alla bocca: certo ora avrebbe sentito l’odore della sua traspirazione e questo poteva essere imbarazzante. Forse era meglio dire davvero basta.
- Mi raccomando, accurato.
Ma aveva detto tutt’altro: doveva essere proprio opera di quell’acrobata all’uscita del casello che si era insediata dentro di lei. La notte delle stelle cadenti, che s’era distratta.
- Si, Diva, dove comincio?
Oh questa era bella: dovresti esserci Teresa e vedere la sua espressione adesso. Tutte quelle risatine sull’odore dei piedi. E le veniva di fare qualcosa che mai e poi mai avrebbe potuto immaginare. Passare le piante umide dei piedi sul suo viso, lentamente e poi fermarsi a guardare le tracce che gli lasciavano sulla pelle...
- Dal tallone, Eddie@

For a long, long time...

Aveva risposto subito, senza esitazioni. Ma forse perché era scontato: le scarpe con il tacco le procuravano sempre un po’ male di ai talloni.
- Deve essere intenso e sentito.
Era come se ci fosse una specie di guida dentro di lei e non provava neppure un’ombra d’imbarazzo. Iniziava bene, con passione e continuava così per un po’. Il silenzio sembrava inventato e negli intervelli del compact che le aveva portato Eddie@, quasi poteva sentire tutti i passaggi della trasmissione sui mostri del dopopranzo dalla sua vicina.
- Intenso…
- Si…
Lo diceva, ma era come se adesso ci fosse qualcosa a distrarlo, forse perché quella delle stelle cadenti di San Lorenzo, ogni tanto la spingeva a spostare uno dei piedi e posarlo lì, proprio vicino a dov’era caduta la sua scarpa con il tacco.
- Eh no, altro che gioco, questo non va bene, m’arrabbio come una pantera, io...
Non diceva una parola però: gli zoccoli erano lì vicino e lei ne sollevava uno. Eddie@ si allarmava, adesso.
- Non picchiarmi per favore con gli zoccoli...
Ma era chiaro che lo voleva, era perduto con quegli occhi... Aveva le palpebre chiuse il Eddie@ e lei colpiva immediatamente, come per accontentarlo o a seguire un istinto. Lo picchiava proprio sul lobo dell’orecchio, dove faceva più, male. Un male tremendo, come quella volta che la zoppa l’aveva fatto, mentre lei pensava alle cavallette nei campi e aveva lo sguardo perduto. Ma non faceva una piega, neanche un lamento: era occupato. Tutti uguali i maschi.
- Non sei bravo.
Gli tamburellava sulla guancia…
- Sei distratto e poco accurato.
Ma adesso aveva cambiato idea: stava cercando di evitare che lo colpisse sulle guance. Evidentemente non voleva che si sapesse in giro, Eddie@, ecco quello che non voleva. Come il suo ex che andava riempiendola di sciocchezze sui valori della morale.

won’t get
fooled again...

E poi le aveva dato il benservito, così senza pensarci un momento.
- Ahi... mi rimangono i lividi sulle guance Diva.
Ecco lo aveva detto senza vergogna.
- Chissà quando te li vedono… E anche se te li vedono che importa Eddie@? se io sono la tua padrona, perché qualcun altro non dovrebbe vederli? Pensaci su, Eddie@: sono i segni della tua padrona.
Ma chi glieli vedeva? La bacchettina, la signora Diana? Lo picchiò più forte. Strana gente, i maschietti. D’improvviso avvertì che aveva perduto interesse, Eddie@. Gli comparve una smorfia sulle labbra.
- Elena ora basta con i piedi.
Era successo proprio quello che aveva immaginato: lo colpì, con forza, con appena un poco di rabbia, come quando il gatto saltava sul tavolino e rovesciava il suo bicchiere. Di nuovo a mirare al suo orecchio.
- Ahi, Elena…
Adesso l’aveva sentito, adesso. Pensare di farla alla pantera: lei si era documentata, si era. Vediamo se anche l’altro orecchio fa così male.
- Ahi, Elena, ma non mi pare il caso...
Elena? Spingeva con le dita sulle sue labbra, voleva vederlo aspirare la traspirazione con forza...
- Farai meglio a stare più attento a quello che dici, schiavo.

...won’t get
fooled again…

Sembrava che volesse alzarsi da terra.
- E che fai, schiavo...
Stava tentando di assumere un atteggiamento superiore, Eddie@, ma non gli riusciva tanto bene in quella posizione.
- Si, si: ma adesso i piedi, uhm? te l’avevo spiegato, no? Il desiderio, l’odore, Elena, non ricordi? Le veniva proprio da ridere, tentava di riprendere il controllo della situazione da quella posizione ridicola: magari tra poco avrebbe cominciato a parlare di Costance ed Emma. E allora stringeva più forte le dita intorno al naso di Eddie@.
- L’odore?
Chi le dava tanta energia? Una di quelle furie del casello? Un’acrobata magari. Era lei che la spingeva a toccarlo dove i maschietti sono più sensibili ed a sfoderare quell’intonazione odiosa.
- Oh...
Ora lo schiavo quasi si lamentava.
- Di che odore parli? Forse del profumo dei miei piedini, Eddie@?

won’t get
fooled again…

Stava proprio tentando di abbandonare i sassolini. Ma era come la gallina nel pollaio della zia Franca che tentava di volare per fuggire al gallo. Solo che il gallo era lei, adesso, Helene la Diva.
– E poi Elena! Dove sono finite Helene e Diva ? Le hai mandate in pensione, Eddie@?O devi forse andare via? Sei il mio schiavo o no? Anche lo schiavo è andato in pensione? O in ferie? Eppure dovresti saperlo che gli schiavi non vanno in ferie?
Lo vide ingrigirsi.
- Devo proprio andare, Elena...
Aveva aspettato quel momento, un po’ l’aveva temuto.
- Elena? Ma cos’è? Non ti piace più? Ho capito: non sei più eccitato, vero?
Nessuna risposta, ed Helene con quel tono insinuante che (- non fare quel tono, rossa, sei odiosa, ti strozzerei -) che Teresa aveva battezzato il tono della stronza che le albergava nel profondo del cuore.
- Oh Eddie@. Ma pensavi proprio che io fossi tonta? E ora vuoi trattarmi come una di quelle donne di strada?
Era imbarazzato Eddie@ il romanziere, ed Helene si stava rigirando in quel ruolo nuovo di zecca con un’impensata abilità.
- Non è possibile. Ricominciamo. Al momento non mi hai soddisfatto per niente, schiavo, ma il nostro week-end romantico è appena iniziato.
Faceva di nuovo per alzarsi dal pavimento.
- Elena, scusa, io...
Avrebbe voluto rimirarsi allo specchio la rossa, a brandire pericolosamente un vecchio zoccolo di legno. Peccato non averci pensato...

...Baby don’t you do it...

- Zitto schiavo. Se provi ad interrompere quello che stai facendo lancio questo scarpa contro il muro. La mia vicina sa già che è un segnale per chiamare la polizia. Che come ricorderai è proprio dietro l’angolo.
- Perché mi coinvolgi in questi pasticci...?
Oh mai che stesse zitta quella Giovanna: e dire che adesso, era un momento difficile. Le piaceva rompere tutto il giorno nel cervello? Facesse qualcosa di utile, almeno una volta. Eddie@ era decisamente sorpreso, stordito: con quelle mani legate dietro la schiena doveva fare forza solo sulle ginocchia per alzarsi, ma facendolo i sassolini penetravano più in fondo.
- Ma Elena…
- Niente ma e niente Elena, io sono Helene la Diva, l’hai già dimenticato? Però voglio farti una confidenza amichevole, schiavo. Ti sarà difficile in questo stato negare che hai tentato di abusare di me.

...Baby don’t you do it...

C’era una macchia che lentamente si faceva strada all’angolo alto a sinistra degli eleganti pantaloni grigio ferro. Continuava a cantilena.
- Forse risulterai innocente.
Elena prendeva un respiro profondo...
- Però c’è Giovanna, la mia vicina, che ha un’amica giornalista.
Aveva un’aria distrutta ed anche furibonda, Eddie@.
- Non fare quella faccia, Eddie@, forse ti voglio anche bene, a volte sei simpatico. E poi queste sono le tue fantasie. Se questo è il gioco, devi fare la tua parte.
- La mia parte?
- Io sono la dominatrice, no? l’hai detto mille volte. Tu devi essere lo schiavo devoto. Siamo d’accordo? Vogliamo smetterla con questi tentativi da bambini poco cresciuti?

...Baby don’t you do it...

Letto 4135 volte Ultima modifica il Mercoledì, 23 Maggio 2012 12:45
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