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Domenica, 21 Dicembre 2003 19:42

Il fine settimana di Helene

Scritto da  vince
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Helene lo vedeva inquieto ed era quasi sicura che ne avesse di nuovo voglia. E scoppiava a ridere, facendosi vento con il palmo della mano davanti agli occhi, come a cacciare dei moscerini fastidiosi.

Gli parlava Helene con quell’aria innocente di cui quelli che la conoscevano bene (a cominciare da Teresa) diffidavano. Di sicuro era stata più convincente di quanto le era riuscito con l’ultimo paziente del venerdì che pretendeva una visita con il primario senza spiegare perché.
Aveva ripreso una specie di sorriso, una smorfia per la verità, Eddie@, ed annuiva in modo tale che lei, la dominatrice, trovava sincero: tratteneva il sospiro di sollievo .
- Vogliamo darci da fare con le pulizie ai piedi, allora? Davvero ti paiono tanto belli i miei piedi, Eddie@? Che ne dici di esaminarli nei particolari?
Per la prima volta ad Eddie@ l’accento marcato del nord di Ravenna parve insopportabile.
E riprendeva il gioco di fine primavera nella stanza un po’ fuori mano di Elena la rossa.
Nell’appartamento vicino la trasmissione sui mostri finiva in un tripudio di urla. Ed Eddie@ era impegnatissimo nell’esame accurato dei piedini della Diva. Che intanto aveva già altre idee.
- Togliamo quella camicia, Eddie@. Voglio farti provare l’emozione del frustino: per la verità tu non me ne parli mai, ma mi sentirei dimezzata se non lo usassi. Non ne parli con me ma in tutte le cose che scrivi c’è sempre un frustino, vero? Ehi, non guardarmi così è solo la vecchia cinta della mia borsa di coccodrillo. Non te l’avevo detto che ti avrei insegnato tante cose per le tue conferenze sulla schiavitù?

***

Il sole cominciava a calare sulle spiagge intorno a Ravenna ed il mare aveva il solito colore cenerino: non aveva rimpianti Elena di essersi persa quel pomeriggio sulla spiaggia, no.
E non era neppure tanto faticoso usare il frustino: ci voleva molta più fatica a riordinare uno schedario. E poi era uno spasso a vederlo, con la camicia ripiegata intorno alla vita perché manco la poteva togliere completamente con le mani legate, aspettare il suo colpo improvviso.
Che figata..
Lei aveva in mano un libricino e lo stava sfogliando. Pensava che forse avrebbe fatto meglio a dirglielo davvero a Giovanna, del segnale convenuto. Che rischio aveva corso.
E poi quella dell’amica giornalista era stato un vero colpo di genio.
- Ah, tra un po’ devo uscire: vorrei che tu mettessi un po’ in ordine in questa casa mentre mi preparo. Non dimenticare il mobile nel bagno.
Si apriva in un sorriso largo, Helene la Diva ed assumeva quel tono confidenziale che la faceva sembrare una piazzista di lampade magiche.
- Ci sono le mie scarpine. Sempre impolverate, purtroppo, anche dentro.
L’espressione di Eddie@ stava cambiando, a guardarlo bene.
- Non preoccuparti, Diva.
Diva?
Il compact era ripartito.

…The song is over…

Niente da dire: era una dominatrice perfetta allora.
Ma le passava, chiamata chissà da dove, un’altra idea per la testa. Anzi, forse lo sapeva da dove venivano quelle idee. Intanto lasciava cadere la vecchia cinta di coccodrillo, rimetteva le scarpe rosse con il tacco.
Rischiare, il momento di rischiare.
- Non preoccuparti, non preoccuparti. A pensarci bene, visto che non ti va più, ti lascio partire. Anzi magari adesso ti porto alla stazione e ti faccio andare via.
Si voltava a guardarlo: aveva un’espressione incerta, Eddie@
- Peccato, però, avevo letto la tua commedia, sai: l’ho trovata in una libreria al centro.
…The song is over…

Il viso del romanziere si era rischiarato.
- Ah mi pareva di aver riconosciuto il libro. Si chiama “Una storia semplice”
- Mica tanto semplice, poi.
Sorrideva compiaciuto.
- Già, l’ho scritta in tre giorni.
Non gli liberava le mani e lui neppure sembrava impaziente che lo facesse adesso.
Lei riapriva il piccolo libro che prima era intenta a sfogliare.

..a volte immagino di essere sdraiato nel tuo letto,
anzi di essere proprio io il tuo letto....

Si fermava e lo guardava.
- Lei hai scritte tu queste frasi, vero? Ti piacerebbe essere il mio letto?
- Si, si…
- Andiamo avanti.

- e che ogni movimento del tuo corpo, susciti in me emozione, desiderio, voglia.
E che tu in qualche modo lo sappia
e ne sia felice.
Ed io, sudato, sfinito
ad ogni tuo gesto riprendo a desiderarti,
a vivere l'emozione del tuo corpo..

Aveva assunto un’aria rapita Eddie@ mentre lei leggeva e di sott’occhi lo spiava: era il momento della doppia capriola.

Oh, oooppss..

- Mi era venuta una piccola idea, sai Eddie@. C’è un vecchio materasso di là. E’ quasi senza più lana, ha una lampo al centro per aprirlo. Avevo pensato a te lì dentro, al posto dell’imbottitura, senza un’ombra di vestito, legato mani e piedi. Uno strapuntino sotto di me, solo la tua testa fuori, sotto i miei piedi. Magari dopo che avrò ballato con le mie amiche. Che ne dici?
Faceva una pausa poi tornava a leggere dal libricino: a modo suo.

- …e tu sudato, sfinito
- ad ogni mio gesto riprendi a desiderarmi,
a vivere l'emozione.

S’interrompeva per sfoderargli uno di quei sorrisi. Salto mortale.

Oh, ooops…
-… dei miei piedi, per tutta la notte…

Un’aggiunta personale di Helene la Diva. Eddie@ la guardava con quegli occhi scuri spalancati.
- Oh, Diva, hai talento, sai.
Perfetto.
Aveva ripreso colore, Eddie@, ma Helene non si arrischiava ancora a festeggiare per quella riuscita acrobazia:non era finita.
- Ma ormai non vale la pena: perché darsi da fare quando tu non vedi l’ora di andar via di qui?
Un’altra piroetta lanciata verso il cielo.
Oh, ooops…

Helene lo vedeva inquieto ed era quasi sicura che ne avesse di nuovo voglia. E scoppiava a ridere, facendosi vento con il palmo della mano davanti agli occhi, come a cacciare dei moscerini fastidiosi.
- Lasciamo perdere tutto.
Un salto nel cerchio di fuoco.
Oh, oops…

Tornava a sedersi Helene e lo guardava con intensità.
- Diva, è falso che non vedo l’ora di andar via.
Oh, ooppsss..

Non lo sapeva neppure lei se stesse fingendo quando prendeva lo zoccolo di legno dal pavimento e minacciava di colpirlo di nuovo.
- Bugiardo, avrei voglia di picchiarti ancora.
- Fallo Diva, se vuoi.
Perfetto: applausi del pubblico.
Adesso desiderava di nuovo che lei lo facesse: eh, ma non è così facile, Eddie@…lo abbandonava a terra.
- Non ci penso neanche: ho dovuto minacciare di denunziarti alla polizia per evitare che ti alzassi. Ma adesso non mi va più.
Le parlava con una voce che sembrava diversa.
- Diva, ho sbagliato:
- Oh ma cosa sta succedendo?
Mamma mia : mai che pensasse ai suoi mostri quella Giovanna. Ed io ai miei, magari.
- Vuoi dire che adesso senza nessuna minaccia mi chiederesti di non liberarti le braccia, di lasciarti in ginocchio su quelle pietre, di essere di nuovo la tua padrona, di togliermi di nuovo le scarpe e tutto il resto?
Quasi le mancava il fiato ad Helene a dir tutte quelle cose una dietro l’altra.
- Se tu lo volessi.

…The song is over…

- Tu invece non lo vorresti?
- Io credo che sarebbe meraviglioso abbracciarti, oltre che essere il tuo schiavo.
Oh mamma: e adesso? No. Adesso niente. Quanta sicurezza: c’era quella (acrobata?) a possederla, si poteva esserne sicuri.
- Abbracciarmi? Dove si è mai visto uno schiavo che abbraccia la padrona? E poi lo credi ora. Non eri della stessa idea, prima.
Questo le era sfuggito, nonostante lo spettro: sembrava sorpreso Eddie@.
- Forse non capisco bene, Diva: prima?
- Quando non volevi altro di quello che hai avuto. Una padrona.
Rimaneva in silenzio il romanziere.
- Capisco, ti ho ferito, vero?

…The song is over…

Si vola di nuovo: trapezio.
Oh, ooops…

- Ferito me? Ma neanche per sogno. Dai ora basta, ora ti libero e te ne vai.
- No, Helene, ti prego, no…
Aggancio in volo.
- No?
- Non voglio andare via.
Helene si alzava ed andava a cambiare la musica.
- Io non ho bisogno d’altro che di uno schiavo, per questo fine settimana.
- Ma da dove le peschi queste parole, rossa? Ma sei davvero matta?
Neanche un quarto di quanto lo sei tu, Giovanna la pazza, amica dei mostri. Ed ora sta zitta.
- Sono io il tuo schiavo, Helene.
Pubblico in delirio.
- Già, sei tu il mio schiavo.
Ma se c’era davvero un matto quello doveva essere Eddie@.
- Bene. Allora sbrighiamoci, abbiamo da fare.

***

La decisione di andare a trovare il testimone era ormai una cosa della vita precedente di Helene, la Diva: prima che un rocker un po’ andato la chiamasse padrona e s’inginocchiasse davanti a lei.
Ma non se la sentiva di rimangiarsela: anche se le pareva che ora Franziska fosse molto meno impaziente.
Per la prima volta nella sua vita, Helene, si godeva l’autista personale a guidare la Polo, mentre lei seduta dietro sfogliava una rivista.
Il tragitto non era troppo lungo: ma c’era una cosa che mancava.
Per quanto avesse girellato in casa non aveva trovato un cappello adatto al suo autista: così appena passavano davanti ad un negozio scendevano a cercarlo .
Lo comprava Eddie@, in verità: ma la scelta era totalmente di Helene.
Un bel cappello grigio ferro con la visiera davanti, intonato al vestito.
Altro che cappello alla Rhett Butler e via col vento : kepì con la visiera da autista.
Tornava a prendere posto sul sedile posteriore e riprendeva la sua lettura.
La fondazione era sulla strada verso Ferrara: una villa barocca riadattata.
- Tu aspetti qui.
Lo diceva con un piglio che le era sconosciuto, Helene e si avviava.
Certo non sarebbe stata neppure una cattiva idea portarsi dietro Eddie@ con il cappello con la visiera magari a salutare Diana o la Bacchettina, perché no.
Ma ci sarebbero volute troppe spiegazioni e non c’era tempo:era un fine settimana particolare, quello.
La signora Diana non c’era, ma la Bacchettina aveva fatto un buon lavoro avvertendola della possibilità che ci fosse una visita per il testimone.
Non le facevano difficoltà.
Gustavo Fabbri era un tossico neanche più tanto giovane, con una capigliatura alla mohicano e totalmente fuori di testa: straparlava di dosi e di carabinieri che l’avevano arrestato senza ragione per un tentato omicidio multiplo ed altre piccole cose.
Si spazientiva presto la Diva.
- Va bene ho capito tutto Fabbri.
- Ah si? Senti un po’ rossa, lo sai che potresti farti una pettinatura come la mia? sennò come fai a pettinarteli i capelli?
Cercava di evitare di rispondergli malissimo Helene, anche perché sentiva l’ansia della sua ospite.
- Io? Come fai tu ad usare il cervello…
Lo vedeva strizzare gli occhi un paio di volte.
- Che vuoi dire rossa?
- Niente, su. Non li pettino: senti Fabbri, non me ne importa niente dei tuoi carabinieri e del carcere.
Rimaneva sorpreso il tossico.
- Cosa vuoi allora?
- Parlami dell’incidente, quello dove tu eri testimone.
Lo vedeva ridere in modo sgangherato.
- Testimone io? Ma se ero rimasto al centro di quell’aiuola sulla strada dopo una micropunta verde che mi aveva fatto vedere la luna che diventava di burro.
Dal fondo del cervello le tornò in testa che la micropunta era un allucinogeno di quelli tosti che vendeva Hanz-very-Hanz alla stazione degli autobus.
Le veniva voglia di incendiarlo ad Helene, quel Fabbri là: ma proprio in quel momento faceva la comparsa un albino, vestito con una salopette lucida di grasso ed una maglietta a righe rosse e celesti. Alto come un ragazzo di sette, otto anni, ma con il viso pieno di rughe e gli occhialoni scuri.
- Che sciocchezze sputi, Gus a queste due belle ragazze, eh?
Due? Si voltò a guardare se fosse arrivata qualcuna: non trovò anima viva. Aveva l’accento da crucco emigrato come quelli che andavano avanti e indietro tra Ravenna e Riccione, o almeno così pareva ad Helene che intanto si voltava e rivoltava a cercare qualcuna alle sue spalleo intorno: magari era comparsa la Bacchettina a cercare Eddie@.
Ma non c’era altro che il viale deserto ed un ultimo pallido alito di sole .
- Cos’ha la tua amica, rossa? Mi pare che dia un po’ troppa aria alla gola. Sghignazzava e si sfilava gli occhiali, l’albino.
Era rimasta senza parole Helene e le ci voleva ancora qualche istante per capire che gli occhi del nano albino e rugoso erano quelli vuoti di un cieco.
- Io sono Fer, rossa: e mi giocherei il cavallo del domatore pazzo del Magic Roxy Circus che la tua amica é Franziska l’acrobata. Ciao Fran, ti ricordi di me?
Quando il nano aveva nominato quel circo aveva sentito una specie di tonfo dentro.
- Senta Fer… io…
La interrompeva prendendo una sigaretta stropicciata dalla tasca della salopette lustra di grasso e cominciava a rigirarsela tra le mani.
- Lo so perché sei qui: l’ho sbirciato nel poco cervello che questo animale di Gus trattiene in testa. Ma lui non ricorda niente di sensato e l’unica immagine che ha trattenuto è il corpo di Fran che vola da quell’auto scoperta. Ce l’avresti fatta Fran a salvarti se non fosse stato per quel cartellone pubblicitario abusivo, sai? peccato tu non mi abbia mai voluto dare troppo confidenza Fran, a quest’ora saprei il tuo cognome e potrei aiutarti.
Doveva fare uno sforzo per riuscire ad aprire bocca.
- Ma Fer, non ricorda per caso il nome del circo dove l’ha incontrata?
Faceva una specie di saltello, l’albino, sfregando un fiammifero sotto la scarpa.
- Ah , ah , ah. Ma certo che lo ricordo, solo che lei non vorrebbe che lo dicessi.
Accendeva la sigaretta ed aspirava una boccata compiaciuta.
- Si sta divertendo da matti con te Fran, sai: comunque non ci faresti niente con il nome del circo. E’ bruciato l’anno scorso con tutte le bestie che facevano un baccano d’inferno tra le fiamme. Colpa di un direttore poco gentile con i clown ed i nani: grave Fran, non ti pare? andiamo Gus, Fran se n’è andata: non abbiamo più niente da fare qui.
Solo allora faceva caso che Gus o come lo chiamava sembrava ignorarlo: lo seguiva però, dopo che l’albino aveva fatto qualche passo.
Tutto intorno c’era una specie di pianto o forse un urlo stridulo come un singhiozzo, mentre i due matti si allontanavano insieme e la lasciavano sola al centro del viale senza saper e cosa dire né pensare.
Si stava facendo buio, ma non aveva proprio voglia di tornare a casa. Forse quella era la serata giusta per andare a ballare. E bere qualcosa.

***

Era tardi, ma neanche troppo, quella notte che s’infilava nel letto pigiato di una particolare imbottitura del materasso.
Un materasso di intellettual - autista scrupoloso, si poteva definire.
Un po’ stanca, questo si: era da tanto che non ballava sfrenandosì a quel modo. E non era manco abituata a bere.
..Hai un diavolo in corpo rossa…

Sicuro, sicuro: il diavolo ha un filo diretto con le rosse, non lo sapevi?
Aveva sotto di sé un materasso che, volendo, poteva mettersi a disquisire di Emma e Costanza e magari anche cantare un vecchio successo dei Grand Funk Railroad.
- Felice notte, Eddie@.
Ma non aveva la minima intenzione Helene di sapere qualcosa sulle donne nella letteratura, né di ascoltare magari il ritornello di “American woman..”
Lenta si sistemava nel letto rinnovato e cercava la posizione più adatta sul materasso intellettuale.
Sentiva il contatto con il suo corpo nudo. Oh..
Ma la desiderava! Nonostante la ghiaia nel fondo del materasso raccolta nel giardino municipale e sistemata con una cura.
Le venne voglia di iniziare una nuova danza, ondulata. Una danza di cui lei, e solo lei , conosceva movimenti esatti e finalità, con la maestria di una ballerina del ventre.
E solo alla fine faceva planare le piante finalmente nude, sul viso da seduttore di Eddie@, unica, inquieta isola esterna del suo corpo.
Ci aveva pensato a lungo a quel momento mentre sceglieva le scarpe per andare a danzare: a quando le avrebbe lasciate cadere sul pavimento e avrebbe osservato il suo sguardo.
Quelle vecchie da ginnastica? Uun, forse. No, no.
Eccole. La scelta era caduta sulle espradillas di stoffa, chiuse. Con il tacco. Forse un tantino consumate, ma adattissime all’uso, con i lacci intorno alla caviglia. Un’altra pagina del libro, un’altra sua fantasia.
E infatti aveva capito a volo cosa doveva fare Eddie@ quando le aveva avvicinate alla sua bocca, i lacci a sfiorare le sue labbra.
Labbra per slacciare e poi mostrare..

…i tuoi piedi luminosi, Diva…

Le voci nel cervello: ora la nonna Firmina.
…Li hai lavati i piedi, piccola?…
Mah, nonna: non me lo ricordo sai?…che ne dici Eddie@, li ho lavati?
Ma non poteva risponderle, lui: quello con la nonna Firmina era un colloquio dal quale il romanziere era escluso.
- Lascio la luce accesa, si legge un po’ del tuo libro. E mi gioco la parrucca di Giovanna che dopo questo week-end scriverai una storia meravigliosa.
Doveva guardare bene quello che lo aspettava per la notte, Eddie@: il perché di quelle vecchie, meravigliose espadrillas.
Per niente al mondo avrebbe voluto perdersela l’espressione del Eddie@, mentre si fermava comoda su di lui.
Rifiutare lei? la rossa? Helene, la Diva.

…My sweet Lady Jane,
your servant am I..

La pantera. Ma poi avvertì un fruscio.
- Ma di cosa parli? Non avresti combinato nulla senza di me.
Sospesa dietro lo specchio, con la tutina del suo college esclusivo.
- Oh guarda: sei tornata allora, Franziska, o come diavolo ti chiami? l’acrobata più giovane delle soap, l’amica del nano albino..
Proprio lei, lo spettro con la testa staccata dal collo, quello che s’era infilato nella sua auto, seduto sul sedile vicino a lei, profittando delle stelle cadenti manco fosse agosto e della sua distrazione.
- Io non sono affatto amica sua. E comunque sei stata fortunata ad incontrarmi la notte che ti pareva San Lorenzo, sai. Cosa avresti fatto senza di me? neanche lo immaginavi come fare per non farlo divertire a modo suo.
Le dava molto sui nervi quando lo diceva: però la danza ondulata su Eddie@ l’aveva proprio studiata nei particolari, Franziska, l’acrobata.. (..vedrai che sarà ancora meglio che nel pomeriggio, rossa.. ) ..ma ciò non toglie che..
- Potresti tenerla sul collo quella testa? Fai impressione.
Stranamente lo faceva subito.
- Per una volta ti dò ragione: l’unico collo su cui non vorrei tenerla stanotte è quello del nostro amico Eddie.
Si lanciava in una di quelle risatine di sghimbescio con la testa sospesa per aria che la mettevano di un malumore: un malumore che trasmetteva subito alle sue estremità calanti su Eddie@ che si disperava…
- Tutto bene laggiù, Eddie@?
Ma non arrivavano più notizie dal materasso intellettuale, capace delle strofe rock dei Grand funk railroad, anche perché la sua lingua era impegnata in una sinfonia in minore tra le sue dita sfinite.

Let’s dance, tonight…
let’s dance…

- E cosa nei sai tu? Te l’hanno detto i tuoi amici attori pervertiti?
- Loro no: l’avevo inventato il gioco, ma non c’è stato il tempo di provarlo: colpa di quel maledetto cartellone pubblicitario.
Quindi non era un gioco vecchio. Era stata lei la prima: lei, Elena la rossa. La Diva.
Questo però Franziska non glielo aveva detto, quando le aveva proposto la sorpresa per Eddie@.Ma se l’era proprio cercata il Eddie@ la sorpresa di quel pomeriggio- notte .
- Io penso che la testa sul collo non deve avercela avuta mai.
- Sicuro, altrimenti ci avrebbe pensato un po’ su prima di chiamarli luminosi, i tuoi piedi.
E giù un'altra dose di risatine..
- Chiediglielo ora se li trova ancora così splendenti.
- Chiediglielo tu. E anzi, dimmi del tuo amico, quel nano dai capelli bianchi.
Sospirava, con quei capelli dritti sulla testa sbieca.
- Ferenc? Non è per niente un mio amico, te l’ho già detto: e poi è uno come me, che nessuno ha riconosciuto. C’è rimasto secco nell’incendio del circo che ha appiccato lui: è colpa mia se tu ora lo vedi.
Non sapeva cosa risponderle Helene, distratta dal suo ruolo nuovo di padrona del gioco.
- Vuoi dire che lui è..
- Morto? Credo di si: ma non sono neanche sicura che sia esistito mai, a parte quando voleva guardarmi tra le gambe. Era fuggito da un libro dove suonava un tamburo..
Oh mamma. Era una cosa incomprensibile e squallida, alla fine: decideva che non aveva voglia di pensarci adesso, Helene e la interrompeva.
- Va bene, ho capito, ne parliamo un’altra volta: hai chiesto ad Eddie@ dei piedi luminosi?
Sospirava la fantasmina.
- Non posso purtroppo, altrimenti gli chiederei dei miei: ma te la stai spassando proprio, rossa. Ah, lo sai? un poco anch’io, attraverso di te…
- Me la sto spassando?
Se lo chiedeva Helene, tra sé e sé, rigirandosi pensierosa, in un ultimo tocco della danza ondulata, su Eddie@.
Che adesso se ne accorgeva eccome della ghiaia del giardino municipale.
- Ooh..
Gemiti soffocati, che eleganza però, Eddie@..
Leggeva qualche parola dal suo romanzo..

… Senza smettere mai,
inesausto riprendeva il gioco..

Sicuro che se accorgeva dei sassolini pubblici: li aveva scelti con cura la rossa, al ritorno dalle danze sfrenate, sotto gli occhi perplessi di Teresa..
- Qualcosa non va laggiù, Eddie@?
Nasceva una nuova trama, di certo . Magari un tantino più realistica,per merito della ghiaia municipale, delle espadrillas chiuse di stoffa, della danza ondulata. Non potevano essere sempre luminosi, i piedi della Diva.
- Nooo… ora basta Elena…
Sospirava Helene, proprio come la zoppa quando lei aveva sbagliato il riassunto.
- Ci risiamo Eddie@?
Sollevava gli occhi dal libricino e si sporgeva per un momento a guardarlo, come affacciandosi ad una finestra sull’altro mondo..
- La passione è partita di nuovo, vero? Nelle tue pagine non ce n’è traccia di questi addii, però. Ed è un peccato: scrivi e parli benissimo, sai? Ora usa la lingua per il ritorno dei piedi luminosi. Dopo questa esperienza vedrai la storia che scriverai.
Si accertava che lo facesse: le avevano insegnato da piccola come farsi pesante o leggera.
- Noooo..
Ora si faceva giusto più pesante ed i sassolini pubblici trovavano più facile la strada nella schiena di Eddie@, il mago della parola, di Costance ed Emma..
- Ohii…nooo..
Il vecchio rocker di un gruppo dimenticato, lo scrittore.

… Senza smettere mai,
inesausto riprendeva il gioco..

Le tornava in mente un’antica passione: saltare sui materassi. Magari con le spillo rosse che metteva tanto di rado.
- Che bella idea rossa, mi va di fare due capriole.
Usciva per un attimo dal letto, ma solo per un attimo per andare a mettere le scarpe.
- Si salta, Eddie@...
- Ohhhh…
Un quarto d’ora di salti sul materasso intellettuale.

Oh, ooopss.
Ohiiiiii Helene…
Oh, ooopss

Piroette di ogni genere come non avrebbe mai immaginato. Chissà da dove si diffondeva nella stanza una musica da circo. Punteggiata dai tamburi e dagli Ohiiiiii Helene quasi disperati di Eddie@.
Doppio salto mortale, ricaduta.
Oh, ooopss.
Ohiiiiii Helene
Oh, ooopss

***

E poi di nuovo sistemarsi comoda.
La lingua di Eddie@, il camaleonte dell’arte, sospinta dalla ghiaia municipale, si rassegnava ora ad una sola sinfonia disegnata, lentamente, in una calda serata di danze, dalle sapienti, vecchie espadrillas con il tacco.

Oh, ooops..

- Che divertimento, rossa. Ah,ah, ah, ghi, ghi, ghi… ah, ah…
Lui almeno la risatina di Franziska con la testa sbilenca sul collo, intanto, se la risparmiava.
- Se fossi stata più attenta la notte delle stelle cadenti, te la saresti risparmiata anche tu, con tutto il resto.
Uffa però, che noia che sei anche Teresa: pensava solo Giovanna. Invece.
Era una bella notte e vedeva sbucare la luna piena, lenta: leggeva ancora un po’ del capolavoro sul libricino.

... e poi lasciarti ardere qui, sola,
nella tua bella stanza da letto....

- Cosa leggi, rossa?
Si metteva anche a sbirciare sul libricino l’acrobata.
- Ma che t’importa? È una storia scritta da Eddie@
- Fammi sentire.
- Uffà, pensa un po’ al tuo Ferenc
Ma quando la sentiva triste si metteva a leggerla a voce alta, Helene.

… ma intanto, sento l'odore della tua pelle,
il richiamo della tua bocca,
il desiderio del tuo desiderio..

- Oh carino.
- L’ho detto che scrive bene: solo che ora deve fare altro che scrivere: tutto bene laggiù Eddie@?
Non lo sentiva rispondere e allora riprendeva la lettura..

.. e non mi riesce più di pensare,
di connettere,
di dormire,
di ridere....

E poi sentiva dal materasso intellettuale un nuovo fermento.
- Oh ma sei incredibile, Eddie@.
Franziska subito la vedeva agitarsi e si dava un’ inutile ravviata ai capelli, con il risultato di rendere la testa ancora più incerta.
- Cosa c’è? Oh…
Si sporgeva e spariva.
- Lo sento anch’io, la passione è ritornata.
Cosa voleva dire con quelle parole.
- In effetti..
Intanto non le parlava più da dietro lo specchio: era come se fosse da qualche altra parte, ma molto vicino.
- Senti perché non facciamo l’amore, rossa? E’ da tempo che siamo a secco, vero?
Questa poi: da quanto era..
- Ma senti, senti. E poi che t’importa? E cosa vuol dire, facciamo?
Sentiva un gorgoglio nella gola, Helene:stava ridendo di quella risata sinistra dell’acrobata.
- Vuol dire che se lo fai posso sentirlo, sai. Come adesso la sua lingua morbida tra le nostre dita.
Si sentiva un po’ irritata Helene da quell’intrusione: però un po’ l’aveva sospettato che lei potesse farlo. Piuttosto, l’idea dell’acrobata le pareva difficile da realizzarsi.
- Uhm, in questa posizione..
Sospirava la ragazza dalla testa a sghimbescio, adesso.
- In questa posizione? Ma certo che si può, merla di campagna! Altro che il diavolo in corpo a te: hai un’acquasantiera in corpo, ragazza mia.
Un’ acquasantiera? E poi merla di campagna a lei non si era mai permesso nessuno di dirlo.
- Senti, cosa odiosa: lo sai che cominci a starmi sulle scatole? E poi, dove diavolo sei? Sentiva il pigiama che se ne andava per conto suo.
- Qui a sfilare il pigiamino delle merle con l’acquasantiera.
La luce andava via.
- Ehi! Ma l’hai spenta tu? Credi di essere a casa tua?
La chiusura del materasso sì stava aprendo da sola, in apparenza.

..mi sono innamorata di te…

Il compact che si metteva in moto con un motivo che lei neppure possedeva.
- Ma cavolo, come hai fatto con la canzone?
Troppe domande: già sentiva il corpo nudo di Eddie@ sotto di lei e Franziska che era sparita ormai.
Scivolavano l’una sull’altro. Ora era ben attenta ché la danza ondulata fosse il più lenta che si potesse. - Datti da fare, rossa.

…perché non avevo niente da fare…

Lo tirava su, con forza, passandogli la braccia dietro le spalle, delicata sui lividi ed i graffi procurati dai sassi municipali. E dalle sue spillo. Lo faceva con la stessa grazia di quando le capitava di spostare un suo paziente simpatico.
Era anche lui un ammalato, Eddie@, in fondo: sindrome da avventurierio del sud.
Sentiva i segni profondi sulla sua pelle e le sue mani li sfioravano, al meglio di come le avevano insegnato alle lezioni di shiatzu.
Ma l’energia che guariva quelle ferite di certo non era sua.
Era di un’acrobata fantasma, una che aveva vinto la lotteria una notte che pareva San Lorenzo.
- Devi essere generosa con loro, rossa, quando lo meritano.
Lo meritava?
Eddie@ le si faceva vicino: poteva vedere i suoi occhi nel riflesso di luna piena.
- Non è mica finita, Eddie@. Ti farò riprendere subito dopo. E magari si ricomincia a saltare con le spillo.
Mentre gli parlava, lo sentiva farsi più audace dentro di lei, come se le sue parole lo accendessero.
- Si, certo, Diva...
Non c’erano dubbi che lo accendessero.
- Ehi, ma lo sai che sei davvero perverso Eddie@?
Una risatina le gorgogliava dentro. - Cosa mi aspetta, mia Diva?
- Userò la tua lingua come calzascarpe, che ne pensi?
- Si, Diva...
Ma quasi le pareva di non riconoscere il soffio della sua voce nel rimescolarsi di una notte d’inizio estate. Lo tirava ancora più vicino, sentiva il viso incredibilmente fresco, come terso da una pioggia sottile appena passata.
Ed Helene ritrovava l’odore dei suoi pensieri difficili. In un bacio morbido, forse d’amore, forse chissà.

…e adesso
che avrei tante cose da fare…


- Siii domani mi farai da calzascarpe: voglio provarle tutte.
- Ohhhh..
- Ed invece dopo ti pianterò i tacchi dovunque, schiavo. Ehi Eddie@, non permetterti di finire in fretta: sta attento che quel dopo sia tra molto, molto tempo.
La voce le era diventata proprio roca, adesso.

***

Aveva avuto tanto da fare in quel fine settimana Eddie@, compreso il ruolo di autista con il cappello con la visiera: ma ancora se la sbrigava a dovere.
E c’era un’acrobata a vigilare sulle danze ondulate, adesso. Le parve di sentire in lontananza una campana che suonava. E poi la risata storta di Ferenc, il nano albino.
La luna piena ora la faceva da padrona nella stanza, prima che una nuvola scrupolosa la rendesse più soffusa.

…Non so più cosa fare…
Letto 4434 volte Ultima modifica il Mercoledì, 23 Maggio 2012 12:45
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