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Martedì, 30 Dicembre 2003 19:00

Appunti sparsi

Scritto da  robyn
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Ti ho ordinato di metter su della musica, ed ho danzato sul tuo corpo, selvaggia, libera e pienamente donna come non mi ero mai sentita, senza quasi accorgermi del piacere e della sofferenza che t’infliggevo...

Mi hai assillato con la richiesta di vederci di nuovo...
- Anche solo per cinque minuti...
Ma a me non va, non va per niente. Non mi piaci, non m’interessi, cosa vuoi da me? Ho accettato solo per esasperazione, perché non ne potevo più del tono mesto della tua voce, della tristezza che traspariva. In fin dei conti, non sono una donna senza cuore.
Sto mentendo a me stessa? Taci, stupida parte di me che non conosco! Zitta, stai zitta e tornatene lì da dove sei venuta, non voglio avere niente a che fare con te.
Eccoti...
Seduto in questo caffè del centro di Roma, dove ci siamo incontrati la prima volta: t’intravedo da fuori, seduto allo stesso tavolo e nervoso come sempre, ma che avrai da essere così emozionato?
Ripenso al giorno in cui senza starci troppo a pensare, dopo essermi lasciata accompagnare a casa, ho permesso che la tua bocca baciasse i miei piedi, dopo avermi sfilato le calze con una sensualità ed una cura che mi erano fino a quel momento sconosciute.
Non ridevo, ma non ero nemmeno seria, ti osservavo stupita e anche affascinata, lo ammetto, e non riuscivo a fare altro che chiedermi cosa mai trovassi tu di tanto esaltante in quell’atto che eseguivi con devozione e passione. Ho smesso di chiedermelo nel momento in cui la tua bocca è andata oltre, a cercare altri odori e sapori sul mio corpo, e sei diventato per me motivo di pura e violenta eccitazione.

***

E il tuo continuare ad essere così tremendamente dimesso nel farlo, vederti rapito da me, ha fatto crescere nella mia mente e nel mio corpo quello strano sentimento di potere, quel desiderio di farti spingere ancora più in la, con la curiosità e l’esaltazione di portarti fino al punto in cui avresti detto “Basta”.
Ma non l’hai detto.
Umiliarti, dirti cose cattive, portarti a farmi godere senza domandarmi se a te piacesse o meno, è stato facile a quel punto, quello di cui non mi sono resa conto è che quanto più agivo così, tanto più tu eri felice. Ti ho ordinato di metter su della musica, ed ho danzato sul tuo corpo, selvaggia, libera e pienamente donna come non mi ero mai sentita, senza quasi accorgermi del piacere e della sofferenza che t’infliggevo.

***


Ma quando hai iniziato a chiamarmi Signora, e a farmi stupide richieste servili, ti ho gridato...
...Non sono quella che vorresti tu...
L’ho fatto con quanto fiato avevo in corpo, ed in fretta e senza ulteriori spiegazioni sono andata via, senza rispondere alle tue suppliche e ai tuoi rispettosi tentativi di trattenermi, indispettita e turbata.
“Signora, Signora” ripetevo in macchina quella sera tornando a casa, e quasi ridevo di scherno.
Poi, i rimorsi, la sensazione di aver compiuto qualcosa di poco naturale per me, la paura di essere diversa io stessa da quel che avevo sempre immaginato, la stizza sempre crescente per le intense scosse che mi scorrevano violente nel ventre al solo ripensarci.
- Non accadrà mai più- avevo sentenziato tra me e me.
***

Era iniziato il lungo ciclo delle tue telefonate cui non mi degnavo di rispondere. Le lettere, i fiori sulla mia scrivania.
Io, che ormai mi sentivo al sicuro nel freddo nido della mia ragione, facevo spallucce e ridevo dei tuoi gesti, provando quasi disprezzo per te.
Infine, oggi, la telefonata. Ho risposto, la tua voce vibrante che non mi ha lasciato scelta. Un senso di sofferenza, ecco cosa mi hai trasmesso, di bisogno frustrato, e non posso lasciare che tu continui a macerarti così.
In fondo quel giorno c’ero anch’io, non posso far finta che non sia successo niente. Non con te, almeno.
Beh, io entro e ti spiego una volta per tutte che non può esserci niente tra noi, che quella volta è stato solo un gioco per me, e niente di più.
Ciao.
Cerco di fare in modo che il timbro della mia voce esprima noia e fastidio.
Tu salti in aria, le guance improvvisamente rosse, la voce commossa, Dio mio che fastidio, come fai ad essere così?
- Sei arrivata finalmente, Signora... ti prego, siediti, vieni qui, mettiti comoda... cosa vuoi bere?
- Senti per favore, non cominciare a parlarmi come se fossi il mio cameriere... e mettiti seduto, sai che odio essere trattata così. Guarda che me ne vado subito, è chiaro? - Si... scusami...
Ecco, quando chini il capo così mi prende una rabbia...mi viene voglia di picchiarti, di farti soffrire,di gridarti in faccia che sei patetico, pietoso anzi, ecco, questa è la parola giusta.
Ora anzi te lo dico.
- Mi fai pena... guardati lì, sembri un pulcino bagnato...
- Non dirmi così... sai quanto vorrei che tu mi desiderassi, che volessi possedermi...
Ecco il punto, l'hai centrato, stupido. Non ti desidero, non rappresenti niente per me. Sei stato solo un incidente di percorso, lo capisci o no? Mi metterei a gridare, qui, in mezzo a questo Caffè così grazioso e pieno di odori caldi e dolci, ti trascinerei a terra per i capelli e sfogherei su di te la rabbia che mi provochi.
E la vera tragedia, è che so che ti piacerebbe. E per questo, non lo faccio.
Mi controllo, si, respiro a fondo, mi metto a giocherellare con i miei anelli mentre ti guardo con compatimento. Ho cura di tenere ben sotto il tavolo le gambe, che non si possa dire mai che in un modo o in un altro ti abbia provocato.
Il cameriere mi distrae, ordino un cappuccino, sento il tuo sguardo sbirciarmi, studiare il modo in cui sono vestita, e percepisco che stai immaginando l'inimmaginabile.
- Vuoi smetterla per favore?
Lo dico stizzita, e so che ho commesso un grande errore, quando ti parlo così impazzisci.
- Dio mio, ti adoro, si perdonami, scusa se ti osservavo, so che non dovrei...
Ah, quando mi rispondi così mi prende una furia…
Sento che inizia ad essere tutto perduto, ma non riesco a smettere.
Mi scosto dal tavolo e accavallo le gambe, mostrandotene una buona porzione. - Esatto...allora se lo sai perché mi osservi?
Ecco, il tono tagliente e sarcastico, quello che tanto ti eccita, sei riuscito a strapparmelo dalle labbra, ti odio, sto perdendo il controllo su me stessa, tutto quel che desidero ora è lasciar fluire nuovamente la parte selvaggia di me, renderti nuovamente mio schiav…ma cosa sto pensando? Devo essere pazza, si, non ci sono altre spiegazioni. Tento di sorridere.
- Mi stai facendo fare cattivi pensieri, sciocco...
Il tuo sguardo, lo vedo, s’illumina, senti anche tu l’energia che si raccoglie in me ansiosa di esplodere, come fai, lo percepisci forse dall’impercettibile dondolio del mio piede che stai osservando con adorazione?
- Dai, paghiamo e andiamo a casa tua, ho voglia di ballare...
Hai vinto tu.
Letto 2095 volte Ultima modifica il Mercoledì, 23 Maggio 2012 12:45
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